Natale. Cosa ti serve per restare al caldo. La traduzione della poesia di Neil Gaiman per l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati

Nel mese di novembre, Neil Gaiman, autore di successi letterari quali Cose fragiliGood Omen , American Gods e il fortunato ciclo di fumetti Sandmam, chiese ai suoi followers di Twitter di lasciargli dei messaggi su cosa ricordasse loro la parola “calore”.
L’autore si aspettava di ricevere un centinaio di messaggi, per lo più corte descrizioni o singoli aggettivi. Invece, quasi immediatamente, ricevette migliaia di risposte, fino a raggiungere circa 25.000 parole. Il lavoro su questo abbondante materiale è diventato, nei giorni scorsi,  la poesia, “What you Need to Be Worm”, che  ha segnato l’inizio della raccolta fondi dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati per l’assistenza invernale di emergenza.

COSA TI SERVE PER RESTARE AL CALDO.

di  (c) Neil Gaiman

Una calda patata farcita in una notte d’inverno che avvolga le tue mani o che bruci la tua bocca.

Una coperta fatta a mano dalle abili dita di tua madre. O di tua nonna.

Un sorriso, un tocco, un incoraggiamento, mentre cammini nella neve 

o vi ritorni, la punta delle tue orecchie ti punge, rosa e gelata. 

Il tic toc tic del fruscio del termosifone di una vecchia casa.

In un letto,  rintanato sotto coperte e  piumone, l’arrivo dei sogni

e il tuo stato cambia così, dal freddo al caldo,

ed è tutto quello che importa, e tu pensi:

Ancora solo un minuto di questa beatitudine prima che il freddo mi ricada sulla faccia.  Ancora solo uno.

Dove dormivamo da bambini, quei luoghi, nella nostra memoria danno ancora calore.

Ci viaggiamo da dentro a fuori.  Nelle fiamme arancioni del camino

o  nel legno che brucia nella stufa. Il fiato sulla finestra appannata di ghiaccio

si raschia con un dito, si scioglie con la mano.

La terra ghiacciata dalle ombre,  ci attende. 

Mettersi una sciarpa. Indossare un cappotto. Indossare un maglione. Indossare calzini. Indossare guanti pesanti. 

Una bambina che dorme. Le capriole dei cani, una cucciolata di gatti e gattini. Vieni, accomodati dentro. Sei al sicuro.

La teiera bolle sui fornelli. La tua famiglia, i tuoi amici sono qui. E sorridono.

Cioccolato bollente o cioccolatini, te o caffé, zuppa o liquore speziato, quello che più vuoi.

Il caldo è uno scambio, te lo porgono, tu prendi la tazza

e il gelo comincia a sciogliersi. Mentre fuori, per qualcun altro di noi, il viaggio sta iniziando

come cominciò il nostro; andar via, dalla casa paterna, 

dai luoghi che ci videro bambini:  e cambiare il nostro stato, cambiare e cambiare, 

inciampando in un deserto pietroso o sfidando acque profonde,

mentre il cibo e gli amici, la casa, il letto, perfino una coperta diviene memoria lontana. 

Ma a volte, basta solo uno sconosciuto in un luogo al buio,

che stenda una sciarpa su di noi, che offra una parola gentile, che dica 

che abbiamo il diritto di essere qui, di restare al caldo nella più fredda delle stagioni. 

Tu hai il diritto di stare qui. 

traduzione di S. Sambiase

https://www.thefussylibrarian.com/newswire/for-readers/2019/12/11/read-neil-gaimans-latest-poem-what-you-need-to-be-warm;

What You Need to be Warm

by Neil Gaiman
A baked potato of a winter’s night to wrap your hands around or burn your mouth.
A blanket knitted by your mother’s cunning fingers. Or your grandmother’s.
A smile, a touch, trust, as you walk in from the snow
or return to it, the tips of your ears pricked pink and frozen.
The tink tink tink of iron radiators waking in an old house.
To surface from dreams in a bed, burrowed beneath blankets and comforters,
the change of state from cold to warm is all that matters, and you think
just one more minute snuggled here before you face the chill. Just one.
Places we slept as children: they warm us in the memory.
We travel to an inside from the outside. To the orange flames of the fireplace
or the wood burning in the stove. Breath-ice on the inside of windows,
to be scratched off with a fingernail, melted with a whole hand.
Frost on the ground that stays in the shadows, waiting for us.
Wear a scarf. Wear a coat. Wear a sweater. Wear socks. Wear thick gloves.
An infant as she sleeps between us. A tumble of dogs,
a kindle of cats and kittens. Come inside. You’re safe now.
A kettle boiling at the stove. Your family or friends are there. They smile.
Cocoa or chocolate, tea or coffee, soup or toddy, what you know you need.
A heat exchange, they give it to you, you take the mug
and start to thaw. While outside, for some of us, the journey began
as we walked away from our grandparents’ houses
away from the places we knew as children: changes of state and state and state,
to stumble across a stony desert, or to brave the deep waters,
while food and friends, home, a bed, even a blanket become just memories.
Sometimes it only takes a stranger, in a dark place,
to hold out a badly knitted scarf, to offer a kind word, to say
we have the right to be here, to make us warm in the coldest season.
You have the right to be here.

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GLI ALBERI DIRIMPETTO – lettura della raccolta inedita di Rachele Fanti, seconda classificata al premio Giorgi 2018

GLI ALBERI DIRIMPETTO
Note di lettura di S. Sambiase edite sul numero speciale de Le Voci della Luna dedicato al Premio Renato Giorgi 2018.

“Testare il tempo\con l’entusiasmo \di una pianta in vaso\quando guarda il prato sotto\e gli alberi dirimpetto”. Il testare del tempo, la semiologia della memoria. Quel raccogliere e riordinare i segni del tempo per affidarli al racconto poetico e alla “restituzione del senso”. Nella raccolta di Rachele Fanti i capitoli scorrono à l’envers, mentre attraversano spazi quotidiani faticosi alla ricerca struggente di una “variazione lirica”, che sparga amore e luce a maniche larghe, perché l’amore che lega e pacifica è lontano. Il viaggio scorre dall’oggi all’eri su versi brevi affiancati da versi lunghi, su parole sorde che sopravvivano a quelle tenui e fanno abito e referto di una negazione imposta dalle assenze. Manca l’amato, il padre, il figlio e se ne canta il bisogno, dal centro di una città, di una casa, in una stagione che non smette di essere fredda e faticosa nel suo vivere con gli occhi stretti dell’inverno. Didone 2.0. è stata abbandonata come lo si fa di questi tempi, senza nemmeno troppo impegno, sospesi, “Standby”: “Nei rimasugli dell’ozio\io e te\finiremo per incontrare spesso \chi non sente male\chi fa solo piacere\per affidarsi all’abbraccio dei treni\vivere il sospeso del fondo binario\comunque”, in una città che è Bologna solo per caso, persa nei riti metropolitani di ogni dove , il post aperitivo, il jazz bar dai tavolini liberty, il tardo pomeriggio al centro commerciale, l’outlet sentimentale, il Rachel point di una cartina turistica. “Non siamo appartenuti all’estate”. L’amore è un urto. Solitudine e desolazione. Delusione esistenziale. “L’amore ai tempi di Artefiera: “Una bugia ben ripiegata\dentro il primo cassetto\con l’impegno che dici di aver messo\alla tua cortesia non fa primavera”. Non c’è primavera neppure all’ora della figlia, nella seconda parte del testo poetico, ancora a ritroso. L’oggi è lontano come lontana “negli anni a venire” è la visione della figlia (di ogni figlia o figlio ormai adulto) in un futuro altrove, chilometri di spazio e di possibilità, dove i crampi dei rimpianti vivono“di ciò che non ci siamo mai detti\precisa dove non ci siamo mai amati\che non si chiamano più rimpianto\che non si gridano più lacrime”; cede il confine fra chi è stato un tempo figlia e non lo è più. La voce è dolorante, demetrica, “L’amore costante\negli abbracci scontati\serrare a sangue le mani\imprimere a mente ogni dettaglio\”. Si è madre per sempre, fin dalla soglia dell’arrivo (Nove mesi: All’alba cessava quella inquietudine tremenda\che supplicava il corpo di omettere le veglie\tardare indenne la notte), inchiodandosi i pesi “sul dorso del cuore”. Il peso della bilancia inversa, della “risposta magra” di anoressiche ombre e nuove paure, a cui risponde la forza pacata della raccolta: “Fronteggio i tuoi digiuni\con l’aria del vuoto a perdere che non tange”. Al “gioco sporco dell’inconscio”, non un solo verso lo si trova arreso: è la pazienza della piantina da vas0.
***
Canicola

di quanti ho amato
mi chiedo l’esistenza
oltre la breccia
da cui sono fuggiti
quando inciampano i sensi:
rughe nella costa
di dritte copertine,
profumo della pelle
oltraggiata dal sole,
ma c’è penombra
e libri accatastati.
il più che posso fare
è spingere la mente
dentro meandri
di non-esplorazione:
luce scarna di frigo
rubinetto di doccia,
ammazzare l’estate
e la sua costrizione.

82% cacao

Gli ho chiesto come preferisce la cioccolata.
Speravo che dicesse al latte
per non avere un’altra rispondenza
un altro buon motivo.
Metto la nostra fondente amara
nello scaffale dei casuali incroci
dove rimirarla – se vince la pigra paura –
e rammentarmi di una strada in salita
giusto dietro l’angolo del cuore,
ha il rosso delle case di Bologna
ma è di là dal valico senza variante.

Te lo dico

a g.

sono venuti
a domandare il perché

– l’ho cercato, ogni volta,
nella piega di un sorriso
che non tema le rughe
come affacciarsi al balcone
senza testare il tempo
con l’entusiasmo
di una pianta in vaso
quando guarda il prato sotto
e gli alberi dirimpetto –

a giorni torneranno
a chieder conto

se non incespicherò
nella motivazione,
soltanto allora
ti sarò fuori

L’amore ai tempi di Artefiera

finché sono settimane,
quando saranno mesi
la misura dello spazio in mezzo
parlerà al posto nostro l’inconsistenza
della pena che ci siamo dati
anche a voler ammettere il conturbamento
di reciproci bluff mentre era tempo,
una bugia ben ripiegata
dentro il primo cassetto
con l’impegno che dici di aver messo
alla tua cortesia non fa primavera.

Nono mese

All’alba cessava quella inquietudine tremenda
che supplicava il corpo di omettere le veglie
tagliare indenne la notte,
e il corpo non rispondeva.
All’alba si placavano la paura di cieco,
l’affanno del morente, la solitudine
sbarrata alle serrande, il sangue rifluiva
col passaggio del primo treno
lo start della caldaia,
e il corpo rispondeva
rotondo docile pieno
ai comandi della vestaglia.

Tua madre, circa
[Soundtrack: Yumeji’s Theme, Shigeru Umebayashi]

(ho deposto il mio segreto
dentro il cavo di un albero
di celluloide pura)
parlo la voce della donna
che ormai non sarò
sbatto nelle porte
senza prodromicità
strappo a morsi le pellicine
dopo scotto le labbra
di dentifricio alla menta
per ascoltarmi ancora
conosco gli occhi stretti
di ogni animale ma
non ne ho mai imparato
senza filo di perle per àncora
m’afferro all’orlo della gonna
che non salga il ginocchio
nemmeno quando siedo
dimentico le mete dove
ho viaggiato profonda
impasto le mani come fossi
nella mia intatta placenta
da cui riparto quotidie
per le nostre prove generali
impacchetto il presente
verso l’arcobaleno domani
questo solo rea confesso: non mancherò
(poi l’ho lasciato a coprirsi
dell’erba che verrà)

L’incubo della bilancia dell’inverso

Fronteggio i tuoi digiuni
con l’aria del vuoto a perdere che non tange
la sostanza scriminata dall’immenso
delle nostre piccole cose.
Riprendo l’ordito dei sorrisi:
sui mille volti dell’avanscoperta
campeggia la misura chiara dell’amore.

#3

sono cambiata
quando ho smesso di esigere
una spiegazione da darti
ché si vive meglio
se le frecce sull’arco
dormono sonni di gloria
basta un mazzo di picchi statistici
a rallegrare il tepore medio

restiamo questo
un capitolo chiuso in fretta
a ispirazione finita,
un tramonto nel cassetto
e buonanotte al capolavoro

.

L’Ingombro. Recensione di Elio Grasso sul numero 341 di Poesia

Nel numero di ottobre di Poesia, il mensile trentennale di cultura poetica, è comparsa la recensione del libro L’Ingombro a cura di Elio Grasso che mi onora della sua lettura critica.

Questo piccolo evento, mi dà l’occasione di tornare a ringraziare la redazione tutta del premio Giorgi, per la cura costante e materna verso il mio testo: grazie. Grazie  Maria Luisa Vezzali.  Grazie, Loredana Magazzeni.  Grazie,  Marinella Polidori.

ingombro

dalla recensione di Elio Grasso:

“.. Questo è un libro che mostra senza riguardi la propria irriducibile ricerca, anche a costo di squadernare la storia, metterla su piani discordi. E non valgono considerazioni critiche spicce, né tentativi di cataloghi incerti. Esporre crudamente le ascendenze ha ben poco di elegante, e la poesia oggi è abbastanza vechia perché non si possano azzardare profezie fuori fuoco. Si vorrebbero anche più esercizi di tale stampo, fierezze di donne indomite che scrivano, con pelo irto, di cose (non più nominate) da troppo tempo sommerse”.

https://www.ibs.it/ingombro-libro-simonetta-sambiase/e/9788896048436?lgw_code=1122-B9788896048436

Tre poesie di un probabile contemporaneo

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Tre posie “effimere”, tre poesie “contemporanee”, che reclamano lo spazio del proprio tempo. La scrittura poetica usata come comprensione delle turbolenze della visione e della relazione dei mutamenti dell’intorno e dell’epocale in Sara Ferraglia; l’orogenesi del nuovo mondo che comprime e “tabula” energia di Lyra Davies; l’inaspettato viaggio “intorno al mondo” di Raffaele Sabatino dentro il proprio vicinato, il lontano, lontanissimo distante una sola porta da noi, in un caos cromatico e culturale che investe ma non alleggerisce il cuore dalle nostre nostalgie.
Tre sguardi “utili”, per cogliere le relazioni che corrono attraverso la storia dell’oggi e dell’ immediato, dall’alto dello sguardo e dell’indagine emotiva che scelgie l’accettazione dell’impossibilità dell’orientamento della realtà su piani lineari e prevedibili. “La vita culturalmente più ricca e vasta di oggi obbliga l’individuo a poggiarsi su mille presupposti che egli non può seguire e verificare del tutto e quindi deve accettare per buoni” (Francesca Ieracitano) . Quello che viviamo nell’oggi e nell’intorno, si distinguerà nei ricordi? Si potrà trasformare in storia o sarà dimenticato? La scrittura come comprensione delle turbolenze della visione e delle relazione dei mutamenti dell’intorno e dell’epocale, è l’esatto contrario dell’effimero anche quando è costratte ad utilizzarne colori e parole stampate.

***
La visione distorta delle cose
di Sara Ferraglia
La visione distorta delle cose
ha un suo fascino precipuo.
Sui dorsi dei libri titoli spezzati
stan generando frasi misteriose.
La linea,  che ha perso il suo contiguo,
precipita nel pozzo dei dannati:
volti deformi e trasfigurati
come anime di Munch e Modigliani,
di macchie nere e mostri un florilegio.
Vedere luoghi prima immaginati
e nuove dimensioni e mondi alieni,
visioni alternative,  un privilegio.
Vedere il mondo dentro una clessidra
è un fenomeno raro.
Ciò che più mi addolora
è perder la visione di sinistra
che l’han già persa in tanti
eppur ne abbiam così bisogno, ancora.

 

***

Topography of an Apple
di Lyra Davies
It perches there,                           ripe and globular;
knitted together from           the pinks of the world,
orbiting its own                                 red roundness
like a planet collapsing;                         star-struck,

sunburned and                               staining the sky.
The classroom circles it               like the geography
test is a carousel,              and each revolution sends
us spinning, ducking,                                 bobbing.

The Pacific                                  deflates and spills
through double-glazed                          glass panes
in moon-beaded rivulets,                       welling up
on the sun-lanced            carpet and lacing us with

salty fish-hooks.           The troposphere is tapping
on the skylight,                   dripping cumulonimbi
onto our exam papers                   (wet ink marbles
our fresh photocopies               until question four

is illegible).                                    Swallows tumble
through the windows,                                   flitting
between shafts                  of jalousie-sifted sunlight
and gliding on                             watercolour wings

like paper aeroplanes,               their bodies always
slightly ahead.                     They nose through the
gaping casement towards                    the sky to be
shredded                           in a thrusting jet engine,

feathers parachuting                         like fistfuls of
confetti                            onto bulging rain clouds.
The apple rolls off                 the varnished bureau
and plunges earthwards                     like a meteor,

emerging in the concave                       of a creased
palm, with bruises                 like canyons or moon
craters;                                         topography like a
city skyline: pitted                               and uniform

in banality                              as a stranger breathes
something high-flown                                into the
stars

***

Neighbours
di Raffaele Sabatino

Il mio vicino è indiano
ha la casa sempre piena di gente
uomini coi turbanti bambini
donne bellissime coi bindi

la parete del mio vicino indiano
si vede dai vetri, e da lontano
puoi intravedee i film di Bollywood
lui sposa lei, è tutto un lieto fine

sulla parete del mio vicino
si balla e canta e il bene vince

la parente del mio vicino
è sempre felice

* dalla raccolta Scie,
vincitrice del premio Giorgi 2017

FOEMINA – NOI, REBELDIA – Testo collettivo anonimo –

 

vladimir shipulin
vladimir shipulin

FOEMINA

 

fallo fallo – ti grida — e pure ti sceglie nel tuo errore. chiara ti cade sulla fronte
e s’innamora. l’utero tempio disegnato in terra e tube che risuonano.
semen semen – chiama – e ti propaga xx xy
in figli cristallini, intatti (antigone, astianatte).
Sàziati del suo curvo mistero, svègliati dai ground-zero.

femina mi disse e scrisse la mia storia ora per ora
mentre muto il mio stupore s’abbarbicava al bianco sole
che mi squagliò le ali e precipitai in cavità infernali
cerco di venirne fuori d’inventarmi suoni di colori e sapori
ma la bocca roccia di stoppia dentro m’arrocca in poppa

una notte stanotte è fonema e isterica inonda
quasar sfalla tizzoni zampillante e orde azzurre dà
anti-gonade musica un’orchidea e onda di feromoni
e “Astianatte” gamete di tempesta semema il cavo dell’∞-zero
ça va sans dire clinamen innamora il round delle incognite

clinamen disegna corpi in coincidenze ellittiche
stupore di linee rette in mistiche volute -vita
foemina crepa nel muro del pudore
climax di un assoluto ardente in cicli in pepli
cóva di arancio e fuoco di squarci e lampi

 

… cerco una femmina non effemminata, una feminota sconosciuta
Da condurre nel non-luogo dove trapela l’amore
Volere volare insieme sul calcinculo col batticuore
Cara fœmina sbadata, sbandata, sbrandata, sbrindellata
Sai che c’è? Che mi sono tanto scapricciato con te …

Una femmina accaduta, una femmina pienamente respirata.
Il suo asse, come quello terrestre, è immaginario, il suo asse
come quello terrestre regala giorno e notte. Paradiso fiorito
dall’Inferno, il suo asse serrato nell’anello sentirà tutto il midollo.
Il bambino voglio e che mi accalappi la luna.

tra questi corpi in caduta deviata e traiettoria
all’infinito cerco l’abbraccio di spirale che avvolga
e superi questo corpo in assegnazione provvisoria cerco
un gorgo di piacere smemorato uno sgomento senza paura
dove scivolare fino al palmo di una mano aperta

Stendo le braccia, inspiro avida, e trovo le mani. Il legame elettrizza la fila.
Salgono antenate in colonne come rami al cielo, sotto di me si sfilano ,
bicchieri di carta, donne future, raggi verso il fondo lontanissimo, invisibile.
Ecco, sono punto del ricamo, polipo di barriera,
ondeggia il tempo come materasso di torba umida se saltiamo.

ci affatichiamo; m’insinuo dentro, forse ci sono, forse sono rinata a pezzi
così vergine da leccare un uomo appena nato, rifletto
inghiotto oggetti e figure, i nomi, le cerimonie della sabbia e troppa polvere
prendo casa nelle notti strette, nel fresco degli specchi
Corretti ci sediamo insieme: a fondo nella schiena senza mai coniugarti.

Dicevo corpo, ma pensavo all’anima –
dare corpo all’anima forse non si può dire
e invece io qui lo affermo: e dico che ogni corpo
s’incarna meglio se spirito l’infonde… Confricano
l’anima e il suo corpo, per sublimarsi essenza.

Ho camminato negli anni imperdonati. Lì – appesa
a un interrogativo vagosentire. E quarant’anni
di dormiveglia. Smisurata m’intendesti – e viva.
Ti sapevo tra le dita come i grani d’un rosario:
ti sapevo preghiera – privata attitudine allo stupefacente.

 

 

Noi Rebeldìa 2014. Notizia e regole

“Noi Rebeldía” è il nome di un soggetto collettivo poetico che si sperimenta nella costruzione di un testo collettivo poetico comune e in rete. Un’operazione costruttiva dove il soggetto e la soggettività del singolo poeta, chiamato a partecipare, si presenta come “io noi”, ovvero una voce che parla con la voce del gruppo. Un’intelligenza e una volontà collettiva che, allegoricamente attraversate e motivate da un “disinteresse-interessato” per il “bene comune” e la “poesia bene comune”, sono orientate a una produzione poetica in cui le scelte estetico-simboliche e/o linguistico-semiotiche siano “sema” etico-politico e antagonismo sociale, e la potenza d’uso della poesia, della lirica, non sia più deprivata dell’impegno.

Del fare poesia e “lirica” dell’impegno comune, il soggetto po(i)etico “Noi Rebeldía”, praticando due diverse procedure – la prima proponendo innesti a partire da un testo già compiuto; la seconda partendo dalla proposta di un incipit di 5 versi che altri 11 partecipanti, muovendosi all’interno del nucleo semico proposto come significanza pratica essenziale, proseguono con altri innesti di 5 versi ciascuno, ha dato prova di fattibilità con WE ARE WINNING WING (“Noi Rebeldìa 2010”: retididedalus.it) e L’ORA ZERO (http://www.retididedalus.it/Archivi/2013/maggio/LUOGO_COMUNE/4_multitesto.htm). L’ora zero, come è stato per We are winning wing, è messo online su http://www.retididedalus.it ed è stato proposto e accolto da altri siti e blog di poesia (italiani e non italiani).

Oggi, 2014, l’esperienza e la sperimentazione del “Noi Rebeldía” e del soggetto po(i)etico collettivo e anonimo continua a proporre l’impegno e la sfida, sia raccogliendo altre adesioni nella rete, sia trovando altri siti per mettere in video e ascolto il maturato di un’azione poetica “comune” e non pacificata. I testi collettivi anonimi, compreso l’incipit iniziale, saranno di 11 lasse ognuno.

Ogni gruppo che condivide l’esperimento e partecipa come “Noi Rebeldía” deve rispettare le regole seguenti: 1) la composizione deve coinvolgere 11 poeti diversi; 2) ogni lassa (delle 11 finali) deve avere solo 5 versi; 3) il poeta che prende l’iniziativa e contatta gli altri terrà in serbo i nomi di ciascuno e non li renderà pubblici; 4) ciascuna nuova composizione, laddove nasce una nuova iniziativa, può partire dal prelievo (ma non necessariamente) di una sola lassa di 5 versi dai testi già in rete e sviluppare un nuovo testo di 11 lasse (coinvolgendo naturalmente altri 10 poeti); 5) ogni pubblicazione deve essere firmata (cfr. eventualmente il sito di Nadia Cavalera http://www.nadiacavalera.it come segue: Noi Rebeldía 2014.0.1 seguito dall’indirizzo (url o blog) ospitante; 6) se lo stesso sito ospita un altro testo la numerazione deve essere progressiva: Noi Rebeldía 2014.0.2 + l’indirizzo (url o blog) ospitante. Ogni iniziativa è invitata al rispetto delle regole proposte. Si prevede anche la possibilità di un’edizione cartacea dei lavori, rendendo pubblici tutti i nomi (ma senza legarvi la paternità o maternità delle singole lasse; le versioni rimarranno sempre come testi collettivo-anonimi). Ogni poeta che prende l’iniziativa, nel contattare gli altri, è opportuno che dia informazione sulle regole da condividere.

Io sono il vento – La poesia di Zoë Akins

zoe atkins

Sul tema della memoria, che sarà il cuore portante del premio Alessandro Tassoni di quest’anno, la curiosità se non il caso mi ha guidato verso   dei passati forse ancora troppo sconosciuti e tutti al femminile. E   ho trovato delle poesie di Zoë Akins, fra cui Io sono il vento, che mi hanno ricordato in personalissimi giri di memoria la scrittura di una delle mie poete preferite, Else Lasker-Schüler. Le due penne non potrebbero (forse) essere più diverse, come le loro vite. I luoghi di vita sono ancora più distanti: la Berlino via via sempre più di miseria e di vagabondaggio della Lasker-Schüler, le colline luccicanti di dive e divine della Hollywood del cinema muto della Akins. In comune le due donne hanno la straordinarietà del loro vissuto.

***

Americana, era nata il giorno prima di Holloween nel 1886 ed era una donna del Sud Zoë Akins: il Missouri dove nasce e cresce è solo convenzionalmente nel MidWest. Saint-Luois fu la casa della sua gioventù, la città dove la donna che vinse il Pulitzer per la Drammaturgia  nel 1935 cominciò il suo percorso nella letteratura. Zoë Akins fu molte scritture: critica, giornalismo, testi  per il teatro e per il cinema hollywoodiano e poesia. La poesia fu raccolta in due volumi,  Interpretations (1914) e The Hills Grow Smaller (1934). E fu soprattutto una donna che lavorò ed emerse in un mondo eccessivo e trasgressivo non perdendo mai la rotta del suo talento e della sua conquista alla libertà da ogni condizionamento sociale ed espressivo. La sua Hollywood fu quella del cinema muto e di Greta Garbo, per cui Akins realizzò la sceneggiatura di Margherita Gauthier, una Signora delle Camelie di rara bellezza.

zoe akins

zoe akins

I suoi lavori letterari furono spesso dichiarati “too liberal” per quei tempi ed ebbero alterne fortune di pubblico, almeno fino al Pulitzer. Non erano giudizi di torto: Akins era molto più “liberal” dei suoi testi, sia nel posizionarsi saldamente all’interno di un mondo estremamente maschilista come quello dell’industria cinematografica americana sia nelle scelte personali. L’Akins  non aveva “confini amorosi”, e “divideva” la sua casa di Frankline Avenue  durante gli anni d’oro del cinema muto con l’attrice Jobyna Howland.   Di loro scriverà  Cecil Beaton su Vogue nel 1931: “la loro casa è piena degli oggetti più squisiti, così piena di fascino e di personalità della letteratura”. Un ospite fisso era George Cukor, il famoso regista. Nel 1932 Zoë Akins sposava lo svedese Hugo C. L. Rumbold, che  amava ricordare il suo grado militare di capitano (avuto durante la prima guerra mondiale) ma che di mestiere era un ottimo costumista e successivamente impresario teatrale. Le due poesie qui tradotte dall’inglese, Io sono il vento e La Viandante, sono contenute nella prima raccolta di poesia della Akins.

Georgia O'Keeffe
Georgia O’Keeffe

IO SONO IL VENTO

(1914)

Sono il vento che trema,

tu la terra ferma:

Io sono l’ombra che scorre

oltre la rena.

Sono della foglia l’oscillare,

Tu – l’incrollabile albero;

Sei come le stelle che stanno immobili,

Io sono il mare.

Tu sei la luce eterna

come una torcia io morirò…

Tu sei il crescendo di una musica immensa

Io – se non un grido.

***

LA VIANDANTE

(1914)

Le navi stanno distendendosi nella baia

I gabbiani  oscillando attorno ai loro alberi;

Il mio spirito impaziente come loro

sogna i fianchi delle stelle.

Così tanto amo il vagabondare

Così tanto amo il mare ed il cielo

che sarà una pietosa cosa

in una piccola tomba seppellirmi.

***

(trad. a cura di S. Sambiase

si ringrazia Federica Galetto per l’aiuto alla poesia La Viandante)