per l’otto marzo e per tutte le guerre: “Disertate donnE, disertate”. Con Sei poesie dall’ucraina per gentile concessione de la macchina sognante. associazione Exosphere.

Ernst Ludwig Kirchner

Per noi di Exosphere l’Otto marzo sarà una giornata diversa quest’anno. La dedichiamo alle donne che stanno soffrendo guerra, paura e dolore. Non solo in Ucraina. Ringraziamo Pina Piccolo e la Macchina sognante per averci permesso di pubblicare la loro selezione di poesie di autori e autori ucraini da loro tradotte in italiano. Qui sotto il link di riferimento.

http://www.lamacchinasognante.com/sei-poesie-dallucraina-selezionate-da-calvert-journal-in-traduzione-italiana/?fbclid=IwAR18siheShjwXGjrGOzQcIPumJCW2bAR7CrzrZpMoKiRPpa56vGRJPjBTbI

Oskar Kokoscka

Noi di Exosphere non avalliamo né concediamo spazio a nessun linguaggio di guerra.

Già arrivano le notizie degli stupri dei soldati alle donne ucraine. Le bombe lanciate sulle scuole le abbiamo viste fin dai primi giorni di guerra. Mani e anime sporche di sangue continuano a fare la guerra. In tempi di pace li chiamano assassini, in tempo di guerra li chiamano bravi soldati obbedienti. Fotografie mostrano carri armati guidati da donne soldato. Donne che non stanno difendendo null’altro che il loro lavoro di guerra, che però non è un lavoro qualsiasi, è un lavoro criminale . Che uccide, stupra, ruba la vita e la terra altrui. Non è questo il soffitto di cristallo da cui ci si voleva liberare. Almeno voi, donne, ribellatevi e disertate. Non uccidete. Disertate. Se nessuno entra nei carri armati, se nessuno produce i carri armati, se nessuno li rifornisce di benzina (o di qualsiasi altro carburante consumino, chi se ne frega di saperlo!) le guerre non comincerebbero neanche. Disertate e vivete in pace. E fateci vivere in pace.

Sotto qualsiasi bandiera, c’è sempre la possibilità di dire “basta” se ancora rimane un pezzo di anima nel corpo. Sotto qualsiasi bandiera c’è sempre la possibilità di disertare, di scendere dai carri armati, di non far volare gli aerei e le bombe, di andarsene via quando vi toccano le spalle e vi dicono che tocca a voi andare. Fate andare via loro.

Antigone fai il tuo dovere: disobbedisci al potere. Il proprio dovere è la vita. Non la morte di qualcun altro.

da La Macchina Sognante

SEI POESIE DALL’UCRAINA SELEZIONATE DA CALVERT JOURNAL

La letteratura ucraina ha una lunga tradizione che risale all’XI secolo. Uno dei suoi poeti più noti è Taras Shevchenko del XIX secolo, che iniziò scrivendo versi romantici per poi passare a versi più cupi sulla storia ucraina. Poesia e storia sono ancora intrecciate nell’Ucraina di oggi. Una diversità di stili definisce la poesia ucraina contemporanea, che va dallo schema metrico in rima al verso libero e da raccolte cartacee allo slam e alla poesia performata. Ma i recenti sconvolgimenti politici del paese, dalla rivoluzione di Maidan all’annessione della Crimea alla Russia e alla guerra nel Donbass, hanno contribuito a rendere particolarmente importante in Ucraina oggi la poesia  che si esprime in stili audaci e diretti, con grande partecipazione di pubblico alle letture e performance La selezione di seguito trasporta chi legge in un tour dal personale al politico, e dalle superstar della letteratura come Serhiy Zhadan a debuttanti forti e promettenti come Ella Yevtushenko.

Allora ne parlo

di Serhiy Zhadan, traduzione inglese di John Hennessy e Ostap Kin

Allora ne parlo:

dell’occhio verde di un demone in un cielo dai colori vivaci.

Un occhio che sbircia dal sonno di un bimbo.

L’occhio di un emarginato che la paura con l’entusiasmo rimpiazza.

Tutto è iniziato con la musica,

con le cicatrici lasciate dalle canzoni

sentite con gli altri bambini nei matrimoni d’autunno

Gli adulti che facevano musica.

Definizione dell’età adulta: la capacità di suonare

Come se apparisse nella voce una qualche nota nuova,

responsabile della felicità,

come fosse innato questo talento negli uomini:

poter essere sia cacciatore che cantante.

La musica è il respiro caramellato delle donne,

l’odore di tabacco sui capelli di uomini cupi

che tirano fuori il coltello per combattere il demone

che ha appena rovinato il matrimonio.

Musica che oltrepassa il muro del cimitero.

Fiori che crescono dalle tasche delle donne,

scolaretti che sbirciano nelle camere mortuarie.

I sentieri più battuti conducono al cimitero e all’acqua.

Nella terra ci nascondi solo le cose più preziose –

l’arma che matura con l’ira,

i cuori di porcellana dei genitori con il loro scampanellio

da coro scolastico.

Certo che ne parlo

degli strumenti a fiato dell’ansia,

della cerimonia di nozze, memorabile

quanto l’entrata a Gerusalemme.

Riponi sotto il tuo cuore

il ritmo da salmo spezzato dalla pioggia

.

Uomini che ballano così come spengono

gli incendi delle steppe con gli stivali.

Donne che si aggrappano ai loro uomini mentre danzano

come se non volessero lasciarli andare in guerra.

Ucraina orientale, fine del secondo millennio.

Il mondo è pieno di musica e di fuoco.

Nell’oscurità pesci volanti e animali cantanti danno voce.

Nel frattempo, quasi tutti quelli che si sono sposati allora sono morti.

Nel frattempo sono morti i genitori di persone della mia età.

Nel frattempo, la maggior parte degli eroi è morta.

Il cielo si apre, amaro come nelle novelle di Gogol.

Echeggiando, il canto di chi miete.

Echeggiando, la musica di chi porta via i sassi dal campo.

Echeggiando, non si ferma.

Serhyi Zhadan è uno dei poeti e romanzieri più famosi dell’Ucraina, attira un pubblico di migliaia di persone in occasione del lancio dei suoi libri e negli eventi a cui partecipa.

l’autunno inizia con qualcosa di banale

di Ella Yevtushenko, traduzione inglese di Yury Zavadsky

l’autunno inizia con qualcosa di banale: chiavi dimenticate in un’altra città, tosse come monete d’argento in gola, una tazza da tè turca,

monete di rame, acqua nella batteria,

grandine,

Non l’ho sentita, ed è già qui, che fa rannicchiare un gatto randagio, strofinandogli le zampe

lasciando foglie sbiadite sui jeans

solo in una notte così piovosa si può sentire bussare alla porta del balcone, solo in una notte così piovosa la si può aprire

ma chi ci starà dietro dipende se la noce si è addormentata di guardia sotto la finestra, se i pini raggiungeranno l’orlo strappato delle nuvole.

e se il lampo ripete il disegno delle vene sulle tue tempie.

l’autunno inizia con qualcosa di infantile: bussa alla porta e scappa; voglio leggere tutto il giorno a letto; sei avvolto come una mummia, garza umida di nebbia –

e continua con qualcosa di vecchio: non beve alcol, un diamante di freddo pulsa nelle sue ginocchia

e così ancora – ogni volta – e ogni volta questo è il primo argomento di conversazione

come se non ci fosse niente di più importante di questo autunno, bagnato come un mattino sotto una crosta prematuramente sbucciata

ruba tempo alle conversazioni di lavoro, intercetta un’ondata di pettegolezzi, si sdraia con un gatto randagio sul balcone, dove dovrebbero raccogliersi mucchi di segreti.

l’autunno ci spinge verso la cucina e ci fa mettere sul fornello il bollitore

l’autunno inizia con qualcosa di banale, ma cresce velocemente come i figli degli altri

un soldo d’inverno rotolerà dal suo freddo grembo, la neve coprirà noi ormai mummificati, congelati a metà parola

poi nessuno busserà più alla finestra del balcone nel cuore della notte

così  c’è anche il rischio generale di cessare di esistere per un po’

Nata nel 1996, Ella Yevtushenko ha debuttato con una raccolta di grande successo, Lichtung, e ha vinto numerosi concorsi di poesia in Ucraina.

u

di Dmytro Lazutkin,  traduzione inglese di Yury Zavadsky

il cielo è sempre più vicino

quando gli aerei biposto atterrano sull’acqua

nella baia di Vancouver

decine di piccoli bombi di ferro sembrano parlare tra loro:

Ho visto dorsi di balene saltare sull’oceano

Ho tirato fuori lo snowboarder dal crepaccio

Ho parlato con la vela mentre cambiava rotta

solo tu ed io non sappiamo nulla della cosa principale

e degli enormi albatri ci hanno rubato la colazione

mentre ci baciavamo sui pini caduti

scrutando nella baia avvolta nella nebbia

gli uccelli il nostro cibo lo laceravano

perché non è solo pane

respira al rallentatore

non solo patatine fritte…

Tuttavia

liberare l’emozione

potrebbe essere una continuazione della compressione

e un tatuaggio sul collo

Ho cancellato la punta della lingua

e poi abbiamo guardato i giocatori di pallavolo di dicembre

qui l’inverno è mite

quindi sono davvero esuberanti

gettando le giacche sulla sabbia

sono rimasti solo sul template: colori

e ho guardato il rimbalzo di ogni palla

premendoti sempre più stretta

come il sole che abbraccia la coda di una salamandra

come lo sguardo inebriante del pescatore abbraccia le reti asciutte

e i fumatori di marijuana convergevano sui cespugli di magnolia

per respirare respirare respirare

questo gelido oceano in cui tutte le risposte sono appese ai ganci

le nostre domande

questo vento calmo

che spinge le isole più vicino alla riva

e quel cinese serioso ha cercato di fermare il tempo

che filtrava tra i bastoncini

e quelle luci cupe che spingevano i procioni fuori dalle loro tane

e su gentile richiesta di pronunciare correttamente il nome del mio paese

Ho detto:

Bene

impariamo

prima lettera –

(t)U

Dmytro Lazutkin è autore di diverse raccolte di poesie, campione di poetry slam e paroliere. Lavora come cronista sportivo e conduttore televisivo.

L’amore a Kiev

di Natalka Bilotserkivets, traduzione di Andrew Sorokowsky

Più terribile è l’amore a Kiev che

Le magnifiche passioni veneziane. Leggere volano

Le farfalle maculandosi in coni luminosi –

In fiamme le brillanti ali di bruchi morti!

E la primavera ha acceso le candele all’aroma di castagna!

Il gusto tenero del rossetto a buon mercato,

L’audace innocenza delle minigonne,

E queste acconciature, il taglio non è proprio giusto-

Eppure immagine, memoria e segni ci emozionano ancora…

Tragicamente ovvio, come l’ultimo successo.

Morirai qui per il coltello di un farabutto,

La pozza del tuo sangue si allargherà come ruggine all’interno di una

Audi nuova di zecca in un vicolo a Tartarka.

Precipiterai qui da un balcone, il cielo,

Giù a capofitto nella tua piccola sporca Parigi

Vestita della candida camicetta da segretaria.

Non puoi distinguere i matrimoni dalle morti…

Perché l’amore a Kiev è più terribile che le

Idee del Nuovo Comunismo: gli spettri

Emergono nelle notti inebrianti

Fuori dal Monte Calvo, portando in mano

Bandiere rosse e vasi di gerani rossi.

Morirai qui per il coltello di un farabutto,

Precipiterai qui da un balcone, il cielo, dentro

Un’Audi nuova di zecca da un vicolo di Tartarka

Giù a capofitto nella tua piccola sporca Parigi

La macchia del tuo sangue si allargherà come ruggine

Su una candida camicetta da segretaria.

Natalka Bilotserkivets è una poeta, editrice e traduttrice di grande successo. Le sue poesie sono state antologizzate e tradotte in una dozzina di lingue europee.

Non baciarmi sulla fronte come un cadavere

 di Yulia Musakovska , traduzione inglese di Yury Zavadsky

Non baciarmi sulla fronte come un cadavere

diciamo, quasi due volte appassiti, gli occhiali e gli occhi stessi.

Medicine mischiate a dolci, le pagine del libro gialle come la sua pelle.

Versa nel vuoto alcune delle sue preziose storie.

Considero tutti i protagonisti vecchie conoscenze. Ufficiali del KGB accovacciati sullo stesso letto d’ospedale, con lucide scarpe ungheresi -avrebbe anche ucciso per procurarsele. Lo sguardo è beffardo.

Aveva detto, questi Beatles, questo dipartimento di lingue straniere, non ti serviranno a nulla.

Tutto questo è per gli eletti, non per gli orfani, o per i parenti poveri.

E si nascondeva come il formaggio nel burro, silenzioso come un topo.

Gente come te la catturavamo nei vicoli, la sradicavamo

Alle persone rispettabili questo piaceva, era considerata cosa rispettabile.

L’avrebbe fatto per suo figlio. Per una pera da combattimento, per carne viva e calda.

Vedo anche quella donna, la sua bocca storta e luminosa. Le sue

Gambe da ragno, porcellana puntinata, arnesi in metallo.

Un appartamento ammuffito con soffitti troppo alti.

Ma è lui che vedo il più chiaro di tutti: forte, con una chitarra.

Con gli occhi spalancati e i pollici nelle tasche dei jeans.

Con migliaia di pagine memorizzate.

Con un volto aperto al mondo. All’acqua scura e profonda.

Non per una ragazza, non per una disputa –

per il libero scorrazzare delle braccia,

per un’onda alta, anche se non sulla spalla.

Yulia Musakovska è una pluripremiata poetessa residente a Leopoli, autrice di quattro raccolte di poesie e traduttrice di poesie dall’ ucraino in inglese. Lavora nel settore informatico.

Comunicazione

Scritta e tradotta da Yury Zavadsky

Sorprendente come i sentimenti dipendano dalla pressione sanguigna.

L’elettricità nel mio corpo mi impedisce di rimanere fermo.

E, comunque, mi costringo a non muovermi.

Le dita scorrono nervosamente sulla tastiera.

Poi i versi irregolari si trasformano in sogni ad occhi aperti.

I tuoi SMS accompagnano i miei passi.

Non voglio tacere, ma non ho niente da dirti.

Il giorno è perso e nessuna pillola può riportarlo indietro.

Rimane solo una spiacevole stanchezza alla conclusione della giornata.

La notte e il sogno inquietante impossibili da ricordare.

Mi sembra di essere felice

sentendo il tepore della tua vicinanza

e le tue dita tanto vicine.

Oh questi giorni senza radici come le mie poesie

mi riempiono di alcol.

Oggi, l’intera giornata è mattina.

Una nebbia fredda, le sue gocce sospese nell’aria.

Lo spazio autunnale vuoto.

Mi sembra di essere felice accanto a te,

Non mi sono mai sentito così sicuro e calmo.

Esito, però, se tutto sta andando così bene,

poiché questi giorni saranno passati,

Li ricorderò

come i giorni migliori.

– Chiudi gli occhi e rilassati, lo senti?

– È autunno e la malinconia si abbatte su di noi.

– Sono io con la mia crisi temporanea.

Yury Zavaedsky è poeta, traduttore, critico letterario, interprete, artista di rumorismo ed editore.

Ringraziamo vivamente Calvert Journal per la selezione dei testi,  mentre restiamo in attesa di ricevere da loro  il permesso per la traduzione)

DONNE MIGRANTI E PRATICA DI SCRITTURA: NUOVO APPUNTAMENTO CON EXOSPERE ON LINE.

dalla prefazione di

Un posto nel mondo

Donne migranti e pratica di scrittura

… Ad accomunare le persone intervistate sono l’appartenenza di genere, l’esperienza migratoria e il fatto di avere pubblicato in italiano. Per il resto le differenze sono molte. Le scrittrici intervistate provengono da Somalia, Eritrea, Tunisia, Albania, ex Jugoslavia, Russia, Georgia, Romania, Mozambico, Egitto, India, Argentina e Brasile. E si sono spostate per motivi differenti: studio, lavoro, amori, fughe da situazioni collettive insostenibili, guerre. Le donne intervistate non sono un campione rappresentativo in termini numerici, ma in se stesso questo ventaglio di storie è molto istruttivo: la nostra immaginazione impigrita da stereotipi e discorsi riduttivi si confronta con l’enorme varietà e complessità di ciò che costituisce “migrazione”, ne mostra snodi imprevisti e a volte imprevedibili, la sua natura processuale, e la quantità di attori differenti che, a vario titolo, vi sono coinvolti.
In ogni caso, vi sono dimore abbandonate e altre trovate. A volte sembra che solo nello spazio in mezzo fra queste due dimore si possa essere in pace. Come dice la madre di una intervistata: “Guarda, c’è un unico posto dove non ti lamenti, qui sul traghetto, in mezzo!” (p. 145). Ma c’è un altro spazio che si forma, quello del racconto. A suo modo, il racconto è dimora. Specialmente se si racconta di sé, è un modo di ricomporre l’esperienza.
È una dimora scrivere innanzitutto. La creazione di uno spazio di raccoglimento, di elaborazione. Non sempre di pacificazione, ma di una certa conciliazione con la propria storia almeno. Anche pubblicare mette capo a un far dimora: si scrive nella lingua del paese ospite, ci si fa conoscere, ti invitano, costruisci relazioni. E fa dimora infine raccontarsi a voce, dialogare con la ricercatrice: che non si nasconde, mette in gioco le proprie domande e le proprie riflessioni, e con ciò offre uno spazio di ascolto, di elaborazione ulteriore condivisa.
L’ascolto conta. Queste donne hanno scritto in italiano perché italiane si sentono, del tutto o in parte. Come ci si può sentire italiani oggi. L’Italia fatica a riconoscere nel proprio discorso pubblico la presenza di persone come loro, per le quali “migrazione” non significa sbarchi, non ha niente neanche lontanamente a che fare con questioni di sicurezza (se non la loro), significa lacerazioni e speranze, memorie e aspirazioni, curiosità e sconcerto, situazioni obbligate e scelte, familiarità ed estraneità ad un tempo. L’Italia fatica a riconoscere un mondo sociale che è già, da tempo, abitato da persone come queste. E da noi con loro.
Colpisce nel leggere le storie che queste donne raccontano quanto siano colpite esse stesse. Da cosa? Dalla nostra ignoranza. Dei loro paesi d’origine innanzitutto. Anche di quelli europei. Come dice una di loro: “Quando sono arrivata qui mi sono resa conto che a quell’epoca gli italiani avevano perfino difficoltà a riconoscere come europei i paesi dell’est, cioè l’Europa era l’Europa occidentale! E tuttora non è molto cambiato” (p. 63).

unpostonelmondo

Il quarto appuntamento on line della rassegna “Non è solo il silenzio”, l’evento on line di Exosphere di Reggio Emilia, è dedicato alla saggistica con il libro di “Un posto nel mondo – Donne migranti e pratica di scrittura” di Simona Miceli  che dialogherà con Gabriella Gianfelici

L’appuntamento è per sabato 22 maggio, dalle ore 17.30 alle ore18.30 sulla piattaforma Meet di Google.

Accanto all’ospite d’onore, ci saranno Christiana de Caldas Brito, Pina Piccolo, Rahma Nur. Aprirà l’incontro Simonetta Sambiase di Exosphere e saluterà i partecipanti Roberta Pavarini.

Il link dell’incontro:

https://meet.google.com/vsm-zwoj-uci

Per informazioni, richieste, suggerimenti, scrivete a:

gabriellagianfelici@gmail.com

golemf@virgilio.it
casepopolari@gmail.com

In rete ci troverete su Fb e Twitter.

Vi attendiamo.

In amorevole memoria di Fawzi Karim –

Apprendo da Pina Piccolo che Fawzi Karim oggi ci ha lasciate. Ho avuto il piacere di ascoltare la sua voce tanti anni fa, nel luglio del 2014, a Cesenatico, durante il festival “l’Orecchio di Dioniso”. In quei giorni estivi, la piccola comunità  del festival si era radunata alla fine del porto canale a leggere ed ascoltare poesia. Fawzi Karim era da qualche tempo in Italia per far conoscere ll libro “I contintenti del Male e altre poesie”, che conteneva la traduzione dall’arabo di alcune delle sue liriche.La sua lettura era un ipnotico perdersi in una lingua che donava un ritmo d’incanto. La sua persona era gentile nei modi e pacata nei gesti, una fresca camicia di cotone azzurra, una chioma riccia e grigia, e l’abitudine ad ascoltare e parlare poco di se.

O forse, fra un gruppo di affini per passione poetica ma sconosciuti e non tutti abili a maneggiare la lingue inglese (alzo la mano per prima), non c’era spazio nella malinconia dell’esilio e dei ricordi se non nei suoi versi, spine di storia e d’incanto.  “Questa è la via del ritorno\voi che abitate\ un corpo effimero, colmo di lacrime.” Riposa in pace.

https://cartesensibili.wordpress.com/2014/07/10/trafitta-dalla-sua-poesia-lincontro-con-fawzi-karim-simonetta-met-sambiase/?fbclid=IwAR2yhakAvc_InCpRsu0Yf9YlC3_A9jfVRezxSjfXwYmZ2901eI1AvYm_0SE

GLI INVASORI

da I continenti del male e altre poesie

Di notte spengo tutte le luci,
lascio la tenda scostata,
apro le porte.
Mostro le mie rovine agli invasori:
libri, calamai, fantasmi che si scambiano brindisi.
Trascino i lembi della mia veste regale,
seguito sulle scale da riflessi delle stelle,
senza scudieri né ciambellani.
Salgo, e il velo si solleva,
scelgo il più docile dalla scia della Via Lattea
per morire
nel buio di una notta d’incanto.
Fawzi Karim

I canti dell’Interregno. Recensione del nuovo libro di Pina Piccolo da CinqueColonne.it.

icantidell'interregno

Ringrazio tutta la redazione del magazine on line Cinquecolonne.it per aver ospitato la mia recensione sul libro di poesie “I Canti dell’Interregno” di Pina Piccolo.

http://www.cinquecolonne.it/i-canti-dell-interregno.html

 

 

Ora che queste cose le sai,

sei pronta a spezzare

la fune che ti lega

alla zavorra di un passato

graffito da Byron sulla colonna dorica

che da secoli lancia

lo sguardo implorante verso il mare?

Pina Piccolo

Nell’Interregnum “Siamo liberi di fare il bene. Il giudizio è infallibile. Non siamo liberi di fare il male” (Isidore Ducasse), e chiamiamo aiuto alla coscienza che ha voce in versi perché :“La poesia deve avere come scopo la verità pratica” (Isidore Ducasse).  Ne “I canti dell’Interregno” di Pina Piccolo, i versi hanno il canto della narratologia del presente, la voce è alta come dall’alto di un monte sacro dove suona continuamente “il piffero della rivoluzione”, titolo dell’ultima sezione del libro. Non alla tromba o al tamburo è concessa la sveglia della coscienza,  ma al piccolo e legnoso piffero, insistente, squillante,  strumento inusuale di metafora di rivolta, ma nulla è inusuale nella trama del dettato poetico della raccolta di versi.  E’ subito chiaro che non ci saranno ricordi gloriosi nell’Interregno. La storia è quella del presente, l’ora è quella attuale, il “Duecento dopo Darwin” ed è adesso che urge a Pina Piccolo cantare il sonno degli egoismi, usare i versi per la traslazione rigida dell’indifferenza che desensibilizza giorno dopo giorno i sensi, fino a spingere la natura stesso dello sguardo.  Le pupille occidentali “balugicano” sulle armi e sul potere del futile a cui opporre cultura, empatia e una buona dose di ironia. L’olfatto è “disuso a distinguere l’odore della felicità\ da quello della morte in agguato”, mentre  la grande migrazione dei popoli della sabbia e della fame, quella dei “figli malvoluti da mamma Africa”, viene sommersa o salvata, sommersaosalvata, salvataosommersa, i braccianti di Rosarno colgono arance a un euro all’ora per le offerte sottocosto degli ipermercati e zelanti comuni del Belpaese distruggono alberi secolari per far posto all’ennesima speculazione.

In questo scritto, siamo nel territorio della conoscenza del simbolo e del suo uso, un uso plathiano degli oggetti e dei suoi riconoscimenti che viene amplificato al ricordo di ogni dea e dio passato che ha servito la mitologia del Mediterraneo e anche oltre, è non servito a portare misericordia sugli uomini. Si canta il coraggio, si canta il dolore, si canta la verità spogliata e nuda, come dovrebbe esser sempre. “Gridateli i nomi\perché la parola\crea mondi\e racchiude\l’essenza, la perifrasi non media le pagine”, si chiede nei versi dedicati alla morte di  Miriam Makeba”.   “Dopo sessant’anni di battaglia\non ne puoi più, continuano a chiederti\quella scemenza di Pata Pata”, ed invece nell’Interregno, la parola torna nuda e vera, per Zenzile Makeba,  Mama Afrika dalle mille battaglie che sull’ultimo campo desolato della terra, quel Castel Volturno roso da indifferenza e paura, muore in un palco ventoso sopra una piazza quasi vuota, “..di donna integra\che di libertà cantava\in ogni angolo del mondo” l’etica di un epica nuova ed antica insieme: “Cantaci oh Diva\non l’ira funesta del Pelide Achille\che infiniti addusse lutti agli Achei\ma la bellezza del suono\polifonico e inceppato\le sillabe che si librano\volteggiano e cadono\come corvi con le ali spezzate\da uragani prossimi venturi”. I messaggi, gli avvisi dalle sponde, gli scombussolamenti che fanno segnare il sud delle cose perse, sono i canti del caos, “delle nostre magnifiche sorti e progressive\dal  calderone del pianeta gelido ed infiammato” e pazienza se le strofe sono arrossate dall’energia dell’antilirica, il loro labor limae è nella verità di un’esclamazione, nell’assonanza di versi che espongono, nell’ironia che sfronda la visione. Il canto di Pina Piccolo non può né vuole avere pause. E le differenti sezioni che compongono il testo poetico, non ne hanno. Sono sottoposte al tempo dell’Interregnum e vanno al contrario, datando le collezioni poetiche dall’oggi all’ieri e l’energia, o meglio l’élan vital , scorre in crescendo,  chi più vive,  più ha resistenza.

Resilienti sono i versi in cui l’ironia caustica caustica il caos indifferente di una vista che non vuole “disturbare\gli umani traffici\e le disumane trame”; resilienti sono gli omaggi alle scritture che l’autrice ama e disperde nella trama dei versi, concedendo uno slancio lirico che prende alti spazi di scrittura, soprattutto in certe chiuse in cui la poeta affida al ritmo metrico le ultime strofe. Ecco la chiusa di “Ventisei rose di mare”: “L’ultima volta che ognuna\levò in alto gli occhi\forse le arrise Oshun\negra dea dell’acqua dolce\giunta a raccogliere\neri petali di rosa\per farne ghirlanda”. Ecco l’omaggio a José Saramago in “Muore il vecchio” : “Muore il vecchio che i nomi\aveva scovato\osservandoli truce nascosto\a una finestra\organizzando poi processioni\per carpirne il codice\del Grande Libro dei Vivi”. Ecco Montale fra le strofe dei “Versetti dell’alta velocità”: “Ferro, cemento e vetro\forbici, carta o sasso\masso che ruote ti muovi\non recidere quel cordone che alla terra ci lega”. “La terra ci lega” è un verso guida. In tutta l’estensione di questa raccolta, la poesia ha gridato, spiegato, mostrato, evocato come tutte noi e tutti noi abbiamo la stessa terra che ci lega, e che “la crisi consiste precisamente nel fatto\che il vecchio sta morendo e il nuovo non può ancora nascere”.

Futuro prossimo. Benedetta Davalli su “Storie di Mediocre Millennio” di S. Sambiase su La macchina sognante.

E senti che fuoca e si muove
di vita segretissima flussa una galassia nera di sterno…
S. Sambiase

la macchina sognante, simonetta sambiase, met sambiase, il golem femmina, golemf

da “Storie di mediocre millennio” silloge inedita di Simonetta Sambiase
di Benedetta Davalli

Questa cascata di consonanti, soprattutto esse, mi ricorda un commento di Mandelstam che afferma essere le consonanti che fanno la poesia, non le vocali. E a leggere questo testo di Met (Simonetta) Sambiase ritrovo un paesaggio consonantico che mi spinge a proseguire ancora nella lettura fino a cercare una pausa nelle vocali come ”e si rimane a casa ad aspettare che il peggio passi”. Sì, un po’ di sosta dopo questo incalzare di versi che incedono potenti e ti stupiscono perchè il paradosso sorprende, come in “così che per confusione accarezziamo il gatto invece che il figlio” e ti costringe a pensare e a considerare che niente è ovvio.
Oppure ti ritrovi in una scena che rappresenta il mondo, il mondo di oggi, ”al di là di tutto, insomma / andremo con maschere dalle labbra ad u / in greche tragedie comiche di voci alte /” con questa ironia graffiante che toglie il trucco al nostro ritmo quotidiano, perché le labbra ad U indicano una forzatura talvolta anche un orrore da cui non possiamo esimerci, perchè prima o poi raggiunge anche noi. Ecco questo sembra proporci Simonetta Sambiase, e non solo non possiamo nasconderci noi, ma nemmeno possiamo omettere che “sotto le sirene gracchiano l’orario / e tre fradici euro all’ora. Saltiamo fuori / apriamo cancelli pieni di flotte aziendali / salari quattro per quattro“.
Questo nostro vivere malmesso e distratto da cui forse tentiamo di ripararci con le nostre routine si rivela così “ Stai a sentire il mutare delle spiagge e delle mete / e le spinte di barche e barconi che arrivano / con favole di mangiafuochi e orchi notturni”. Questi versi coraggiosi sembrano chiederci di guardare in faccia alla realtà e di avere la forza di rappresentarci l’orrore che ci circonda. Nella poesia “Save Ashraf Fayadh” la profondità del pathos si esprime così, “E come debbo dirlo a mio figlio / che c’è la confusione e ci sono i dolori / che c’è un carnefice ogni cento vittime”. Questi versi mi colpiscono perchè la domanda è retorica, perchè per amore del figlio gli devo dire come è il mondo e che solo talvolta il beme e il male sono confusi, non sempre, perciò “mettiamoci a dare un po’ d’onore almeno ai buoni e agli infelici” Queste poesie sono un tessuto eloquente su questo nostro mondo a volte orrendo e rappresentare l’orrido con eloquenza e pathos è straordinario. E se il mondo è la nostra terra, i versi di Simonetta Sambiase la arano con il vomere della poesia che sprofonda in un silenzio che “che ci prende in faccia senza più ingannarci”
Questi versi richiedono una riflessione non solo sul linguaggio e il ritmo dei versi che abbiamo cercato di esporre ma anche sulla sintassi e perfino sulla grammatica, L’autrice riscrive le regole “ad adesso” oppure “non c’è più che una guerra partigiana / ad un orda’ napoleonica….Piangiamoci allora addosso l’uno con l’altra / fino a fiorire su una terra….” Ciò che mi colpisce sono i suoni che sebben lontani sembrano trascinare significati altri, nuovi, oppure allitterazioni remote ed evocanti come £ ad fiorire” che ha un sapore latino e proprio come accade quando si ara e dalla zolla rivoltata emerge un odore antico. Vorrei concludere riportando questi versi pieni di una gioia salda, non sprizzante, ma una gioia vera; “Hai scacciato il mondo ora?
Lui non ti ha scacciato dai suoi pensieri
Ti tiene e ti tiene ed è questa la meraviglia.

da “Storie di mediocre Millennio”
di Met (Simonetta) Sambiase
in anteprima per Lamacchina sognante.

Soltanto a fare il nulla di quello che diciamo, credo
che siamo
quando si tratta di esagerare, dei brutti figli
imitazione di cielo nel vetro.
Ma manco stiamo bene
sotto le sirene che gracchiano l’orario
a tre fradici euro all’ora. Saltiamo fuori,
apriamo cancelli pieni di flotte aziendali
salari quattro per quattro
diametriamo la strada e pure il parcheggio
ma c’è che continuerà sempre ad esserci gran calma
e altri anni cessi, scialati
grani sbagliati ed erbe erboristiche
per l’anima e l’insonnia di petto.

Al di là di tutto, insomma
andremo, con maschere dalle labbra ad U
in greche tragedie comiche di voci alte
che tutto faranno di somme e stanchezze
fino alla percentuale prevista dal mercato nero
dove s’impicciano e s’appiccheranno
con straordinarie benedizioni sociali
le meridiane infelici dell’ultimo sole dell’avvenire.

***
E senti che fuoca e si muove
di vita segretissima flussa una galassia nera di sterno
si fa la strada tra costole di spine
e stanno a giurare tutti di non essersi mai smarriti
né per sorte né per satellitare rotto
questi cittadini del nuovo mondo millenario tacciano spesso
e si rimane a casa ad spettare che il peggio passi
di bene in meglio e a due a due
come noi due che ci perdiamo di smog arieggiandoci
in cortili stretti di parenti
arrivati all’improvviso per spedizione postale
che ci invadono la casa e gli affetti e ci travolgono
così che per confusione accarezziamo il gatto invece che il figlio
che chissà dove è apparso, di conforto e stupore,
insieme a parecchie vite nuove
già tutte fredde e dal corpo invecchiato.

***
Mare di mare diverso
da bambine ci bruciava di sabbia e tamburelli
pieno di telline e parole bugiarde
stai a sentire il mutare delle spiagge e delle mete
e le spinte di barche e barconi che arrivano
con favole di mangiafuochi e orchi notturni
perché tutte le onde si muovono sempre
lontane, senza pianto, senza storia narrata
di pescatori di reti intranet
che adescano piccole passere e non le reggono il cuore
nelle darsene piene di uomini ittici
che vagano a caso
fino ai lupanari nelle strade provinciali
con spiccioli contati e grossi cellulari, le esche
sulle fughe degli uomini e delle donne di brace
che scottano di febbre e di miseria
e qualche piccolo pesce ben fondo
sciolto d’affanno nella giusta direzione.

#SaveAshrafFayadh

E come debbo dirlo a mio figlio
che c’è la confusione e ci sono i dolori
che c’è un carnefice ogni cento vittime
e la macchina del mondo gli si muove attorno
annudata in una foto porno che così nessuno la gira
e il male resta sempre acceso e silenzioso
sono gli altri a mandare lamenti, noi affrettiamo i passi

i martiri sono la noia di questa cultura
ma se sto zitta, dovrò dire pure qualcosa
a chi tra noi s’attaccato addosso il coraggio
e chiama tutti amico e amici,
finanche gli uomini segnati o le donne scese dalle zattere
e pare ci siano celle segrete
dove si mettono a far muffa certi matti
che non se sanno al sicuro in un confine,
a far recite di stivali e mitragliette
e di motovedette e paroloni d’ onor di stato .

Ci sono eroi, figlio mio, che danno a tutti il bacio del buongiorno
anche a quelli che hanno costretto ad un solo pezzo di cielo.
Ed adesso, che pensiamo alle offese
mentre ci sono città che gridano
e paesi che giocano solo al lotto nelle ore d’ufficio
mostriamoci generosi o almeno tentiamoci
che tutto arriva piano e ci prende di faccia senza più ingannarci
ora che finalmente le vie brevi sono diventate lunghe
mettiamoci a dare un po’ d’onore almeno ai buoni e agli infelici.

****
C’è cibo cinese e ci sono spezie impronunciabili
che incendiano le poche parole che ancora resistono
nei primi appuntamenti o nelle cene d’addio
che suonano l’amianto ai nostri polmoni.

sul numero 4 de La Macchina Sognantela macchina sognante, simonetta sambiase, met sambiase, il golem femmina, golemf

http://www.lamacchinasognante.com/da-storie-di-mediocre-millennio-silloge-inedita-di-simonetta-sambiase-commento-di-benedetta-davalli/

 

Art connection – Venezia e la poesia femminile

da Superba è la notte

C’era una fontana che dava albe
ed ero io.
Al mattino appena svegliata
avevo vento di fuoco
e cercavo di capire da che parte
volasse la poesia.
Adesso ahimè tutti vogliono
strapparmi la veste,
ahimè come ero felice
quando inseguivo i delitti
di questa porta dalle mille paure.
Adesso tutto è deserto e solo,
gemono ventiquattro cancelli
su cardini ormai spenti.

Alda Merini

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“C’era una fontana che dava albe
ed ero io”

Alda Merini

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Sfarzosi indumenti di parole tese e Salomé donna valorosa. La poesia di Adeena Karasick

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SFARZOSI INDUMENTI DI PAROLE TESE
ADEENA KARASICK

Accedere alla parola di Adeena Karasick è un’esperienza quasi percussiva. La scrittura della poeta canadese vive in un’aggiunzione continua di ossimori e metafore innestate nel linguaggio di una cultura sospesa fra la massificazione culturale del quotidiano e le evocazioni di grandi passati sacri e pagani. Un lavoro poetico che sul foglio implode all’interno del sistema simbolico ed evocativo della parole e del soggetto. Che lo destruttura e lo richiama in echi di vortici e di personaggi e sfondi, dove la voce è possente ed è unica guida nel caos di (questo)  mondo che ingloba, graffia, disorienta, scorpora ed infine inghiotte ogni cosa, ogni sensazione, ogni sentimento tra l’inverosimile e il reale.
E’ una tecnica di surplus della parola e del personaggio che da identità ai suoi componimenti. Spoken word e inchiostro:  la voce è dappertutto energia, fra le pagine scritte, nelle rivisitazioni di immagini e di frame, perfino nei micro video dei cellulari: bisogna restare sintonizzati nel mondo e decifrarlo e ricomporlo, usandone tutti i frammenti, in un gioco continuo di rimandi di lingue sciolte da frontiere e linguaggi metrici, i cui attori vengono presi dalla comunicazione mass mediale come dalle alte pagine della  cultura storica fra Mediterraneo ed Occidente. Il soggetto è icona e viene usata come indagine;  un’architettura interpretativa di extratesto e di gioco lessico (“ABBA is rethinking their scansion” e il gruppo musicale pop svedese è passato alla più classica delle formule stilnoviane) . Icone sono Salomé e Calypso che invitano e imbrigliano con una “lingua stuzzicata da sfrontati pasti\territorio di appannato slang catapultato\nell’errore scritto\ compare ”. Icone sono Iehôhānān, Ioannes Baptista, Johnny Angel, Johnny be Good , sempre lo stesso uomo in cui “immergersi, e può essere peccato” o il distratto Ulisse che sta ascoltando la canzone delle Sirene su Spotify. L’imperativo è spesso il modo preferito. La poeta lo usa come verbo diretto dei pensieri e delle azioni (e per certa filosofia i pensieri sono azioni ), chiasmi e paronomasie, eros e isteria, sacro e ironia, e su tutti loro la voce è femmina e ammaliante e non ferma mai il proprio canto. Un’altra via dell’ispirazione è l’indagine sui testi del sacro ebraico. La poesia può confrontarsi con il mistero del sacro e darne un nuovo segno di riconoscimento . La Bibbia, la Kabbalah, per la Karasick sono distanze da slegare, fra labirinti incantati e fari che attraversano le passioni, le grandezze e le cadute dei propri quotidiani, così simili al mito, così difficili da decifrarsi, così necessariamente destrutturabili con il suo linguaggio per tracce e flussi. Ne “La Danza dei sette” il numero sette da immediato riconoscimento di sacralità con l’elenco dei suoi significanti mistici, eppure è nella danza di Salomè che esso viene chiamato a mostrarsi in un’esposizione carica di equivalenze del reale . I “Trentatre nomi di Dio “della Yourcenar erano nella superficie della crosta terrestre, erano essoterici ,”La danza del sette” è esoterica, nascosta nelle cose. Non ci sono vie facili e la parola non offre consolazione ma investe con i sensi e la mente. “Vieni e mitizzami\Mio libro\Esagerata baraonda”. Non c’è via di consolazione ma un legame magnetico ed erotico, un tumulto “emporio” che fa di ogni poesia polifonia e azzardo.

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SALOME’ DONNA VALOROSA

Il lavoro di “Salomè Donna valorosa” è stato presentato al Tribeca Festiva di New York ed è ora in itinere. Non è la prima volta che la tradizione biblica viene attraversata dalla poesia femminile. Si ricordi ad esempio che Else Lasker-Schüler, nelle sue “Ballate ebraiche” del 1913, dedica uno dei suoi più alti componimenti alla moabita Ruth (“C’è un angelo alla fonte\della mia patria: canta\il canto del mio amore\la canzone di Ruth”) .Ritornando al personaggio di Salomè, esso ha avuto una buona fortuna critica a partire però solo da metà Ottocento. Vale la pena ricordare che la figura di Salomè è una voce minore nel racconto evangelico, appena abbozzata nei racconti di Matteo e Marco, dove non ne viene nemmeno svelato il suo nome. Di lei si apprende che è la giovane figlia di Erodiade, quest’ultima bersaglio delle invettive del profeta Giovanni Battista per la sua condotta licenziosa e il suo matrimonio quasi incestuoso con Erode Antipa, figlio del suo primo marito. La giovane Salomè danza davanti ad Erode e questo vuole compensarne la bravura.  La ragazza chiede allora consiglio alla madre che senza esitare si fa consegnare la testa di colui che sta buttando parole di fuoco su di lei presso il popolo. Da sottolineare che nel testo sacro non c’è nemmeno traccia del tipo di danza che eseguiva la giovinetta. Ma: “Attraverso i secoli, la figura di questa danzatrice adolescente, uno strumento innocente nelle mani di sua madre Erodias, subisce una graduale trasformazione verso una figura di innocenza perduta che si estende fino all’essere la responsabile della morte del Battista. Inoltre, il più disturbante aspetto della storia dal Vangelo alle sue successive versioni, è il potere seduttivo della danza. Forse è una delle arti più antiche, espressione di armonia e vitalità fra l’Uomo e il Cosmo nell’antichità pagana, espressione di peccato in quella cristiana”(AA.VV Depicting Desire. Gender, Sexuality and the Family in Nineteenth Century Europe, 2005).
Salomé arriva fino al Medio Evo, quando nella popolare celebrazione della festa di san Giovanni Battista, si arricchisce la storia biblica con nuovi elementi, così da esaltare la figura del profeta inventando terribili punizioni per la peccatrice. Fino al ‘Seicento, nelle arti visive, la figura di Salomè è associata alla testa del Battista decapitato. Le decollazioni sono molto frequenti nell’iconografia italiana dove, oltre Salomè e Giovanni, non si contano le Giuditte che mostrano la testa del loro Oloferne. C’è chi ha visto un simbolo di castrazione nella decollazione di questo o quel personaggio, lo teniamo in mente per una possibile interpretazione psicanalitica. Andando oltre, si arriva al 1841. In un poemetto satirico in quartine, lo scrittore tedesco Heinrich Heine,” Atta Troll”,fa riapparire Salomè indicandola come incarnazione pre-decadente di famme fatale. “Una trasformazione notevole: non è più l’evangelica fanciulla docile vittima dell’intraprendente Erodiade ma addirittura una Salomè, nel nome e nella sostanza, e vi si introduce anche la passione d’amore fra la danzatrice e il Battista, forse per l’esigenza di fondere la qualità delle due figure femminili”(Nicoletta Campanella, Salomè. Quel che resta di una principessa, 2001).
Dalla fortuna di questo testo comincia la trasformazione simbolica della Salomè contemporanea. Vari letterati e artisti visivi mettono mano al mito e aggiungono nuovi elementi. Gustave Flubert (Herodias, 1877) “Introduce la mitica Salomè decadente, emblema di bellezza femminile dannata, lasciva e terrificante ancella di Eros e Thanatos. Gustave Moreau produce una serie pittorica pervasa da un orientalismo denso fino all’eccesso di decorativismo simbolico. Oscar Wilde nel 1893 la trasforma in un’icona scandalo, la Virago, l’aspetto oscuro e sanguinoso che per tradizione (questa nuova) Salomè ispira, la Ninfa, la Virago” (Eleonora Bairati, Salomé immagini di un mito). Da Wilde in poi Salomè è ormai scandalo nello scandalo, peccato e lussuria, eccetera eccetera. Meno citata in letteratura nell’età post-moderna, è invece più presente nelle rappresentazioni teatrali, con testi che però non si discostano molto dalle presentazioni del passato.
La Salomè di Karasick non è una giovane oscura, è una donna valorosa. E’ raffinata, ha vissuto molta vita e non vuole lasciare condurre il gioco, o meglio la danza, a nessun altro che non sia lei. Come\Come with me\come crowded\Come holy\ (Vieni\Vieni con me\Vieni a folla\ Vieni santo) Le anafore che aprono la lunga canzone di Salomè pulsano di vita, sono intessute di eros e continueranno il loro cammino nella vertiginosa scrittura della poeta canadese, che trasforma la storia in una visione femminista “una prospettiva ebraica e tradotta della sua storia non solo come un racconto di violenza e desidero ma come un capro espiatorio e le nostre preoccupazioni contemporanee sull’erotismo e sulle trasgressioni estetiche, che occupano uno spazio fra l’estraneità e il desiderio” (Adeena Karasick). Quando Salomé incontra il suo Iokhanan gli chiede di non abbassare lo sguardo “Guardami, ti ho baciato la bocca, oh Iokhanan, ho baciato il tuo mito. E sulle tue labbra, il sapore dell’audacia, il sapore dell’amore, l’amore dicono, come merletto disseminato. Ho baciato il tuo mito”. Mai una sola parola silenziosa, mai un passo indietro. “Encore. Encore, Encore. Encore. Encore. D’accord”.

Simonetta Sambiase

*Adeena Karasick è attualmente in Emilia Romagna per un tour di conferenze e poesie. Traducono le sue poesie per le letture Pina Piccolo e Serena Piccoli.
La poeta sarà ospite mercoledì 29 giugno dall‘associazione Exosphere e dal circolo Arci Medardo Rosso di Montecavolo, in collaborazione con il blog culturale de La macchina sognante.

adeena karasick

ADEENA KARASICK

Adeena Karasick è poeta, teorica culturale e autrice di 7 libri di poesia e teoria poetica che
hanno ottenuto grandi elogi da parte della critica . Nata in Canada da una famiglia di emigrati
russi ebrei e residente a New York, è’ attualmente Professore di Teoria della Comunicazione e
dei Media alla Fordham University. La sua scrittura è stata definita “elettricità nella lingua”
capace di eseguire ”una fertilizzazione trasversale tra motti di spirito e conoscenza, teatro e
teoria”. La sua poetica è contraddistinta da un’estetica urbana, ebrea e femminista che sfida
costantemente le modalità normativa di significazione e confonde i confini tra cultura
popolare e discorso accademico. Karasick ha tenuto conferenze e performance in tutto il
mondo, partecipando a numerosissimi festival, simposi, e colloqui telepoetici. Pubblica
regolarmente articoli, recensioni, e dialoghi su poesia contemporanea, e teoria
poetica/culturale e semiotica. Ha prodotto videopoesie e registrazioni delle sue opere che
mettono in luce la radicalità della sua performance.
Vincitrice della MPS Mobile Aaward è conosciuta come “la poeta del cellulare” perché il suo
lavoro è disponibile su dispositivi mobili quali cellulari e smart-phones.
(traduzione di Pina Piccolo)

 

Chi ha paura dei poeti? Live and Freedom for Ashraf Fayad (e un pezzo della Macchina sognante)

fayadn, le istruzioni sono all'interno, il golem femmina,

Ashraf Fayad è un poeta trentacinquenne che da due anni è nelle galere saudite con l’accusa di apostasia*, diffusione dell’ateismo, e di aver proferito blasfemie contro Dio e il suo profeta nel suo libro di poesie “Le istruzioni sono all’interno (Instructions Within )” La raccolta, del 2007,  bandita dalla distribuzione in Arabia Saudita, purtroppo è ancora inedita in Italia. A pochi giorni dalla mobilitazione internazionale Live and Freedom for Ashraf Fayad che si terrà il 14 gennaio, per gentile concessione della “macchinista madre” del del blog lamacchinasognante.com, Pina Piccolo, riportiamo le riflessioni critiche di Gassid Mohammed sul libro sotto accusa, che con le armi della cultura e della conoscenza critica smonta la macchina accusatoria della Mutawwa (la polizia religiosa saudita, conosciuta come “Comitato per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio”) contro il giovane artista.

Per chi voglia approfondire la conoscenza della vicenda, per cenni biografici, appelli a sostegno del poeta e ulteriori informazioni su Ashraf Fayad, come per l’elenco aggiornato degli eventi che si svolgeranno in Italia il 14 gennaio nell’ambito della giornata internazionale a suo favore, si può consultare l’apposito spazio sul sito di Editoria araba https://editoriaraba.wordpress.com/2015/12/21/iniziative-italiane-per-il-poeta-ashraf-fayadh/

le istruzioni sono all'interno, il golem femmina,

Da LA MORTE E’ VETRO LA POESIA E’ VITA
di Gassid Mohammed

(http://www.lamacchinasognante.com/la-morte-e-vetro-la-poesia-e-luce/)

…..

Ora, per capire un po’ di più la questione, cerchiamo di tradurre e spiegare alcune poesie dell’opera “Le istruzioni sono all’interno” che sono state considerate dei capi d’accusa nel processo. Potremmo capire, forse, alcuni motivi in più per l’accanito odio della polizia religiosa, del sistema giudiziario e, infine, del regime per il poeta e i suoi versi.

1-
Fu detto: insediatevi in essa [la terra]
Alcuni nemici di tutti
Andatevene da essa [la terra]
E dal fondo del fiume guardate a voi stessi, lassù
Che quelli più in alto concedano compassione a quelli sotto
Poiché i nullatenenti randagi
Sono come sangue non esitabile nel mercato di petrolio.

Quel “disse” nel primo verso si riferisce a Dio, se vogliamo seguire la tradizione coranica. I primi tre versi si ispirano ai versetti coranici che descrivono la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso e la loro discesa in terra, come recita il versetto coranico: “E dicemmo: “O Adamo, abita il Paradiso, tu e la tua sposa. Saziatevene ovunque a vostro piacere, ma non avvicinatevi a quest’albero, ché in tal caso sareste tra gli empi. Poi Iblîs li fece inciampare e scacciare dal luogo in cui si trovavano. E Noi dicemmo: “Andatevene via, nemici gli uni degli altri. Avrete una dimora sulla terra e ne godrete per un tempo stabilito”.
Come si vede il corsivo nel versetto coranico è simile ai versi del poeta. Nel versetto coranico “Nemici gli uni degli altri” si riferisce all’inimicizia tra l’uomo e “Iblis” cioè Satana. Entriamo quindi in una sfera mitologica, troviamo l’eterna lotta tra bene e male, secondo i miti religiosi. Mentre il poeta modifica il registro “Alcuni nemici di tutti”, che secondo me non ha a che fare con i demoni, ma esprime l’inimicizia tra i pochi “alcuni” che controllano il mondo e il resto “tutti”. Sono quei pochi, a livello politico o economico, che controllano il mondo, decidono le guerre e quant’altro. Ma è applicabile anche a livello locale: sono sempre i pochi potenti che controllano il popolo. Basti pensare, ad esempio, che la famiglia Saud controlla una popolazione intera in Arabia Saudita. Questa inimicizia, non più tra uomini e demoni ma tra uomini e uomini, diventa anch’essa materia mitologica.

Negli ultimi due versi della poesia c’è uno stile assolutamente coranico, non sfugge all’acuto lettore che conosca la lingua araba e il Corano. Questo tipo di figura retorica ricorre molto frequentemente nel Corano. Certo che in italiano non è evidente in come in arabo, ma cerco di rendere l’idea.
I due versi sono questi:
Poiché i nullatenenti randagi
Sono come sangue non esitabile nel mercato di petrolio.
Esempi dal Corano:
– “le loro azioni saranno come cenere sulla quale infuria il vento”
– “Coloro cui fu affidata la Torâh e che non la osservarono, assomigliano all’asino che porta i libri”

Tuttavia, come ben vediamo, non c’è nessuna offesa a Dio o al Corano, anzi, il fatto che il poeta si ispiri al Libro Santo testimonia sicuramente a favore dello stesso, poiché viene ritenuto fonte di ispirazione per la cultura e l’arte.

2-
È innocuo il petrolio
se non fosse per la miseria che lascia
a contaminare il mondo

Il giorno in cui si anneriranno i volti di coloro che scoprono un altro pozzo
e t’insufflano in cuore la vita … per resuscitare la tua anima in forma di petrolio
per l’uso pubblico
Questa è la promessa del petrolio .. e il petrolio non manca alla sua promessa.

fine ..

Vediamo che il verso “Il giorno in cui si anneriranno i volti di coloro che scoprono un altro pozzo” si basa sul versetto coranico: “Il Giorno in cui alcuni volti si illumineranno e altri si anneriranno, a quelli che avranno i volti anneriti [sarà detto]: “Avete rinnegato dopo aver creduto? Gustate il castigo della miscredenza. E coloro i cui visi si illumineranno, saranno nella Misericordia di Allah e vi rimarranno in perpetuo” (Corano, Sura Al Imran “III”, versetti 106-107).

Mentre nei versi
“E t’insufflano in cuore la vita … per resuscitare la tua anima in forma di petrolio
per l’uso pubblico”
vediamo che il poeta si riferisce a una forma di resurrezione, usando questa metafora per condannare lo sfruttamento del petrolio e delle persone. Il poeta in questi versi si ispira ai versetti coranici: “Quindi gli ha dato forma e ha insufflato in lui del Suo Spirito” (Corano, As-Sajda [XXXII], versetto 9). Oppure: “Sarà soffiato nel Corno ed ecco che dalle tombe si precipiteranno verso il loro Signore” (Corano, Sura Ya Sin [XXXVI], versetto 51).
Nel penultimo verso troviamo la similitudine con alcuni versi coranici:
Il poeta scrive: “Questa è la promessa del petrolio … e il petrolio non manca alla sua promessa”. Nel Corano si ripete una forma simile, in diversi versetti:
– “Promessa di Allah. Allah non manca alla Sua promessa, ma la maggior parte degli uomini non sa”
– “[nel Giorno in cui] si spaccherà il cielo. La promessa [di Allah] si realizzerà.”
- “e dicono: “Gloria al nostro Signore! La promessa del nostro Signore si realizza”
Come vediamo il poeta sostituisce la parola “Allah o Signore” con quella di “Petrolio”. L’uso di questa metafora serve a suscitare nell’anima del lettore l’idea dell’assoluto male del petrolio, non certo quella di un’offesa a Dio.

In un verso il poeta dice: “e alcune labbra esclamanti dei bei nomi dell’amore”. In questo verso il poeta sostituisce la parola “Dio” con quella di “amore”. I famosi “bei nomi di Dio”, che sono 99, sono riportati nel Corano in diversi versetti. Un versetto recita: “Di’: Invocate Allah o invocate il Compassionevole, qualunque sia il nome con il quale Lo invochiate, Egli possiede i nomi più belli” (al Isra [XVII], versetto 110). Ma se vogliamo condannare il poeta per questa similitudine, vogliamo dunque privare Dio dell’aggettivo “amore”. Ciononostante non vi è nulla di blasfemo in tutto questo.

3-

Perdonami per le tue ripetute morti sul mio letto
Perdonami per aver dimenticato l’odore del tuo sudore esausto sul mio letto
Non c’è altro amato all’infuori di te … ed io ero fra coloro che disperano.

In questi versi il poeta si ispira ai versetti coranici seguenti:
– “Dissero: Quello che ti annunciamo è la verità, non essere fra coloro che disperano”. (Al-Hijr [XV], versetto 55).
– “Non c’è altro dio all’infuori di Te! Gloria a Te!”. (Al-Anbya [XXI], versetto 87).

4-

Scusami … perdonami
Per essermi rifiutato di spargere le mie lacrime
O ripetere il tuo nome durante la notte e agli estremi della solitudine.
Rivolgo il mio volto verso la ricerca del calore delle tue braccia
Non c’è altro amato all’infuori di te … solo te … e sono il primo a innamorarmi.

In questa poesia invece troviamo un richiamo ai seguenti versetti coranici:
– “Sopporta dunque con pazienza quello che dicono, glorifica e loda il tuo Signore prima del levarsi del sole e prima che tramonti. GlorificaLo durante la notte e agli estremi del giorno, così che tu possa essere soddisfatto”. (Corano, Sura Ta-Ha [XX], versetto 130).
– “In tutta sincerità rivolgo il mio volto verso Colui Che ha creato i cieli e la terra: e non sono tra coloro che associano”. (Corano, Sura Al-An’am [VI], versetto 79).
– “Di’: In verità la mia orazione e il mio rito, la mia vita e la mia morte appartengono ad Allah Signore dei mondi. Non ha associati. Questo mi è stato comandato e sono il primo a sottomettermi”. (Corano, Sura Al-An’am [VI], versetti 162-163).

È sempre, come vediamo, un uso dello stile coranico senza che vi sia alcuna offesa o blasfemia, è pura arte che intende rifarsi alla tradizione coranica, per un motivo molto semplice e risaputo: lo stile coranico, come retorica e linguaggio, è considerato nel mondo arabo uno stile sublime, aulico e di alto livello letterario e linguistico. Il poeta non ha nessuna intenzione di riprodurre i versetti coranici, anche perché, e tutti lo sanno, è impossibile, come lo dice lo stesso Corano: Diranno: “Lo ha inventato lui stesso”[il Corano]. Piuttosto [sono loro che] non vogliono credere. Producano dunque un discorso simile a questo, se sono sinceri”. Nessuno dunque può riprodurre i versi del Corano. Dove sta la blasfemia allora?
Sarà forse per questa poesia:

5-
Notte ..
a cui manca l’esperienza del tempo
manca la pioggia dirotta
per cancellare tutti i resti deviati del tuo passato
e liberarti da tutto ciò che chiamavi virtù
dal cuore con la vana capacità d’amare
di svagare,
di intersecarsi con il tuo dichiarato ripudio dell’inconsistente religione
della falsa rivelazione
con la tua fede in divinità che avevano perso la loro gloria.

A quale religione e divinità si riferisce il poeta? Possiamo concludere davvero che si riferisse alla religione islamica e ad “Allah? Peraltro la parola “divinità” in quanto sostantivo e non aggettivo, nella lingua araba non si riferisce affatto ad Allah, soprattutto quando è al plurale, come l’ha usata il poeta. Infatti, nella teologia islamica, come ben si sa, Dio è uno e unico, è anche per questo che si dice “monoteismo”. Invece “divinità” si riferisce alle divinità pagane, ed è sempre usata in modo negativo nel Corano. Riportiamo alcuni esempi:
– “Veramente affermate che ci sono altre divinità insieme con Allah? Di’: “Io lo nego!”. Di’: In verità Egli è un Dio Unico”. (Corano, Al-An’am [VI], versetto 19).
– “Se nei cieli e sulla terra ci fossero altre divinità, oltre ad Allah, già gli uni e l’altra sarebbero corrotti”. (Corano, Al-Anbya [XXI], versetto 22).
Ci sono quasi diciassette versetti nel Corano che citano in maniera negativa la parola “divinità”. Come si può concludere che il poeta intendesse fare professione di ‘apostasia’, cioè abbandono della propria religione, in quella poesia, non parlando nemmeno in prima persona? Come si può pretendere ciò nel mondo della poesia, in cui nulla si dà per scontato, nulla è facile da interpretare, nulla può essere letto alla lettera? Dove sono andate a finire le figure retoriche, la retorica stessa di cui gli arabi si vantano come nessun altro?

6-

I profeti sono andati in pensione
non aspettate dunque un profeta inviato a voi … e per voi
per voi gli osservatori presentano i resoconti giornalieri
e ottengono alti stipendi
quant’è necessario il denaro
per una vita dignitosa!

In questa poesia, secondo il verbale, il poeta deride i profeti e manca loro di rispetto.

Forse la blasfemia di Ashraf va cercata nel sociale. Credo che le sue attività culturali abbiano infastidito un po’ di persone, e abbiano suscitato in loro l’invidia e l’ira. Un’ira legata ad alcune sue poesie che toccano temi sociali e, in un certo senso, anche sessuali. Queste ‘blasfemie’ sono imperdonabili, a quanto pare, nella società saudita, per cui la condanna è sempre la morte.
In una sua poesia il poeta scrive:

7-

Con il petrolio … resisterai!
aprirai i ben serrati reggiseni
per succhiare le ciliege e ciò che è intorno
e per godere del soave tra le gambe …
e ciò che il godimento benedice.

In un’altra invece scrive:

8-

Un uomo e una donna che indossa il burka nero stanno in piedi sul pendio di una montagna
un corvo li osserva dal cielo come se vedesse se stesso nello specchio
in compagnia di un uomo che non ama …
un uomo che non sa che (Abbas ibn Firnas) era una barzelletta storica
non fa ridere se non un corvo
non costretto a sognare di volare

Questa immagine in cui il poeta assimila la donna con il burka a un corvo, per denunciare lo stato della donna in Arabia Saudita, infatti, è stata riportata nel verbale del tribunale come uno dei capi d’accusa. Nel verbale c’è scritto che il poeta deride la donna velata, e la assimila a un corvo che vede se stesso nello specchio.

Altre poesia

9-

Asilo: stare in piedi in coda alla fila …
per ricevere un pezzo di patria.
stare in piedi: un atto che tuo nonno faceva … senza saperne la ragione!
il pezzo: sei tu!
La patria: un documento da mettere nel portafoglio.
Il denaro: carte con sopra dipinti le immagini dei leader.
L’immagine: ti rappresenta fino al tuo ritorno.
Il ritorno: mitologica creatura … uscita dai racconti della nonna.
Fine della prima lezione
Passo la parola a te perché impari la seconda lezione: che cosa è … la tua esistenza?

10-

I bambini sono dei passeri
che non costruiscono i propri nidi in alberi secchi
e il compito dell’UNHCR … non è quello di piantare
alberi.

11-

E quando ci sarà del tempo …
perché il tempo faccia con te i conti … chiamerai disperatamente
e pregherai … ciò che avevi smarrito davanti ai cimiteri dei racconti
di cui ti ritieni, per orgoglio, l’unico protagonista
L’unico …
Protagonista … dei vicoli
mentre osservi le macchine della spaziatura … passare davanti a te
come il tempo …
come la tua sigaretta tremante …
come i tuoi rossi occhi
come il tuo cappotto bagnato del sudore delle figlie della notte
come un discorso di un avvocato a L’Aia.

12

Sotto la linea del silenzio
Le zanzare sono troppo fastidiose
Come se esportassero il sonno dalla tua cella
Poiché il tuo modo di dormire è una dichiarata violenza
Agli accordi di Ginevra … e agli accordi internazionali.

*Ripudio, rinnegamento della propria religione per seguirne un’altra, dal vocabolario Treccani

 

altri riferimenti in rete sulla mobilitazione internazionale

http://www.worldwide-reading.com/

https://editoriaraba.wordpress.com/2015/12/21/iniziative-italiane-per-il-poeta-ashraf-fayadh/

¿QUé ES LA VIDA? – a Parma

” ….ci hanno costruito scatole d’ossigeno per i nostri passi vicini,
per i nostri cuori gemelli,
per i nostri egoismi così semplici e infantili, così poco meschini.
I simboli mi sono scesi caldi dagli occhi e sono finiti nelle tele
che sostano dietro la retina, a cavallo del pensiero prima che sia parola. “

dal sito ufficiale di Eloisa Guidarelli

(c) Eloisa Guidarelli
(c) Eloisa Guidarelli

A Parma, sabato 21 novembre, si inaugura la mostra ¿Qué es la vida? dell’artista bolognese Eloisa Guidarelli. Le tele, acrilici  su faesite, sono esposte nelle spazio della Libreria Diario di bordo, in via santa Brigida, e resteranno in esposizione per un mese.

(c) Eloisa Guidarelli
(c) Eloisa Guidarelli

Alla serata d’apertura il progetto visivo sarà accompagnato dalle letture tratte dalle due antologie dedicate a Lampedusa,“Sotto il cielo di Lampedusa – Annegati da respingimento” (Rayuela 2014) e “Sotto il cielo di Lampedusa II – Nessun uomo è un’isola” (Rayuela 2015) , a cura del gruppo culturale multiVersi.  Abhram Tesfay del Movimento Eritrea Democratica porterà la sua testimonianza accanto ai poeti che leggeranno brani dai due lavori, che raccolgono testi provenienti da tutto il Paese e oltre.

eloisa guidarelli, parma, il golem femmina,
 
 

Tra i partecipanti alla lettura, Bartolomeo Bellanova, Benedetta Davalli, Gassid Mohammed, Pina Piccolo, Met Sambiase, Gaius Tsaamo.

 

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http://www.eloisaguidarelli.it/

http://www.lamacchinasognante.com/