la lunga mano di qualche alpino troppo goliardico. POESIE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE DALLA RACCOLTA “BOREA”

lunga manus alpini

Credo alle molestie di alcuni alpini a 500 donne durante  la loro adunata di Rimini.

Ci credo perché:

1) Perché credo al coraggio di ogni donna che ha il coraggio di denunciare di aver subito molestie in un Paese qualunquista che spesso giustifica i carnefici e non ha empatia con le vittime. 

2) Perché avevo già letto questo articolo del 2018:

 https://www.fanpage.it/politica/molestie-contro-le-donne-cosa-e-successo-a-trento-all-adunata-degli-alpini/

che riporta le stesse dinamiche “goliardiche” e gli stessi impegni – disattesi – di farle smettere da parte delle organizzazioni di queste adunate di alpini di montagna e di  mare. 

3) Perché conosco il rigore e il fervore delle compagne di NUDM sulla presa in carico di azioni di contrasto alla violenza contro le donne e non posso che ringraziarle di aver alzato la voce anche contro chi mentre lavori potrebbe pensare che infilarti una mano nella gonna sia solo un atto di goliardia:

Rimini, molestie degli Alpini: “Non una di meno” prepara azione legale

4) Perché queste voci su alcuni alpini “goliardici” le avevo già raccolte come sfogo amaro quando facevo sindacato e vorrei dare  solidarietà, come donna, anche a chi non ha avuto ancora il coraggio di denunciarle.

Ecco perchè ci credo. Di più.

Delle riflessioni su queste “goliardie”,  che provocano  il vomito a chi le subisce, le avevo trasformate in versi in una poesia pubblicata in “Borea”.  Perché “ci credevo”.  E perché le voci di ribellione al potere distorto del maschilismo non debbono mai tacere. Che si tratti di qualche alpino “goliardico” o di qualche altro militare “scanzonato e allegro” o di  un avvocato, di un autista, di un infermiere o di un direttore d’orchestra innamorato dei Carmina Burana, insomma di un mascalzone qualsiasi, le mani devono essere tenute lontano dalle lavoratrici, dalle donne, dalle ragazze, da chi non vuole essere “goliardiata”.

borea

Borea, poesie contro chi allunga le mani

per l’otto marzo e per tutte le guerre: “Disertate donnE, disertate”. Con Sei poesie dall’ucraina per gentile concessione de la macchina sognante. associazione Exosphere.

Ernst Ludwig Kirchner

Per noi di Exosphere l’Otto marzo sarà una giornata diversa quest’anno. La dedichiamo alle donne che stanno soffrendo guerra, paura e dolore. Non solo in Ucraina. Ringraziamo Pina Piccolo e la Macchina sognante per averci permesso di pubblicare la loro selezione di poesie di autori e autori ucraini da loro tradotte in italiano. Qui sotto il link di riferimento.

http://www.lamacchinasognante.com/sei-poesie-dallucraina-selezionate-da-calvert-journal-in-traduzione-italiana/?fbclid=IwAR18siheShjwXGjrGOzQcIPumJCW2bAR7CrzrZpMoKiRPpa56vGRJPjBTbI

Oskar Kokoscka

Noi di Exosphere non avalliamo né concediamo spazio a nessun linguaggio di guerra.

Già arrivano le notizie degli stupri dei soldati alle donne ucraine. Le bombe lanciate sulle scuole le abbiamo viste fin dai primi giorni di guerra. Mani e anime sporche di sangue continuano a fare la guerra. In tempi di pace li chiamano assassini, in tempo di guerra li chiamano bravi soldati obbedienti. Fotografie mostrano carri armati guidati da donne soldato. Donne che non stanno difendendo null’altro che il loro lavoro di guerra, che però non è un lavoro qualsiasi, è un lavoro criminale . Che uccide, stupra, ruba la vita e la terra altrui. Non è questo il soffitto di cristallo da cui ci si voleva liberare. Almeno voi, donne, ribellatevi e disertate. Non uccidete. Disertate. Se nessuno entra nei carri armati, se nessuno produce i carri armati, se nessuno li rifornisce di benzina (o di qualsiasi altro carburante consumino, chi se ne frega di saperlo!) le guerre non comincerebbero neanche. Disertate e vivete in pace. E fateci vivere in pace.

Sotto qualsiasi bandiera, c’è sempre la possibilità di dire “basta” se ancora rimane un pezzo di anima nel corpo. Sotto qualsiasi bandiera c’è sempre la possibilità di disertare, di scendere dai carri armati, di non far volare gli aerei e le bombe, di andarsene via quando vi toccano le spalle e vi dicono che tocca a voi andare. Fate andare via loro.

Antigone fai il tuo dovere: disobbedisci al potere. Il proprio dovere è la vita. Non la morte di qualcun altro.

da La Macchina Sognante

SEI POESIE DALL’UCRAINA SELEZIONATE DA CALVERT JOURNAL

La letteratura ucraina ha una lunga tradizione che risale all’XI secolo. Uno dei suoi poeti più noti è Taras Shevchenko del XIX secolo, che iniziò scrivendo versi romantici per poi passare a versi più cupi sulla storia ucraina. Poesia e storia sono ancora intrecciate nell’Ucraina di oggi. Una diversità di stili definisce la poesia ucraina contemporanea, che va dallo schema metrico in rima al verso libero e da raccolte cartacee allo slam e alla poesia performata. Ma i recenti sconvolgimenti politici del paese, dalla rivoluzione di Maidan all’annessione della Crimea alla Russia e alla guerra nel Donbass, hanno contribuito a rendere particolarmente importante in Ucraina oggi la poesia  che si esprime in stili audaci e diretti, con grande partecipazione di pubblico alle letture e performance La selezione di seguito trasporta chi legge in un tour dal personale al politico, e dalle superstar della letteratura come Serhiy Zhadan a debuttanti forti e promettenti come Ella Yevtushenko.

Allora ne parlo

di Serhiy Zhadan, traduzione inglese di John Hennessy e Ostap Kin

Allora ne parlo:

dell’occhio verde di un demone in un cielo dai colori vivaci.

Un occhio che sbircia dal sonno di un bimbo.

L’occhio di un emarginato che la paura con l’entusiasmo rimpiazza.

Tutto è iniziato con la musica,

con le cicatrici lasciate dalle canzoni

sentite con gli altri bambini nei matrimoni d’autunno

Gli adulti che facevano musica.

Definizione dell’età adulta: la capacità di suonare

Come se apparisse nella voce una qualche nota nuova,

responsabile della felicità,

come fosse innato questo talento negli uomini:

poter essere sia cacciatore che cantante.

La musica è il respiro caramellato delle donne,

l’odore di tabacco sui capelli di uomini cupi

che tirano fuori il coltello per combattere il demone

che ha appena rovinato il matrimonio.

Musica che oltrepassa il muro del cimitero.

Fiori che crescono dalle tasche delle donne,

scolaretti che sbirciano nelle camere mortuarie.

I sentieri più battuti conducono al cimitero e all’acqua.

Nella terra ci nascondi solo le cose più preziose –

l’arma che matura con l’ira,

i cuori di porcellana dei genitori con il loro scampanellio

da coro scolastico.

Certo che ne parlo

degli strumenti a fiato dell’ansia,

della cerimonia di nozze, memorabile

quanto l’entrata a Gerusalemme.

Riponi sotto il tuo cuore

il ritmo da salmo spezzato dalla pioggia

.

Uomini che ballano così come spengono

gli incendi delle steppe con gli stivali.

Donne che si aggrappano ai loro uomini mentre danzano

come se non volessero lasciarli andare in guerra.

Ucraina orientale, fine del secondo millennio.

Il mondo è pieno di musica e di fuoco.

Nell’oscurità pesci volanti e animali cantanti danno voce.

Nel frattempo, quasi tutti quelli che si sono sposati allora sono morti.

Nel frattempo sono morti i genitori di persone della mia età.

Nel frattempo, la maggior parte degli eroi è morta.

Il cielo si apre, amaro come nelle novelle di Gogol.

Echeggiando, il canto di chi miete.

Echeggiando, la musica di chi porta via i sassi dal campo.

Echeggiando, non si ferma.

Serhyi Zhadan è uno dei poeti e romanzieri più famosi dell’Ucraina, attira un pubblico di migliaia di persone in occasione del lancio dei suoi libri e negli eventi a cui partecipa.

l’autunno inizia con qualcosa di banale

di Ella Yevtushenko, traduzione inglese di Yury Zavadsky

l’autunno inizia con qualcosa di banale: chiavi dimenticate in un’altra città, tosse come monete d’argento in gola, una tazza da tè turca,

monete di rame, acqua nella batteria,

grandine,

Non l’ho sentita, ed è già qui, che fa rannicchiare un gatto randagio, strofinandogli le zampe

lasciando foglie sbiadite sui jeans

solo in una notte così piovosa si può sentire bussare alla porta del balcone, solo in una notte così piovosa la si può aprire

ma chi ci starà dietro dipende se la noce si è addormentata di guardia sotto la finestra, se i pini raggiungeranno l’orlo strappato delle nuvole.

e se il lampo ripete il disegno delle vene sulle tue tempie.

l’autunno inizia con qualcosa di infantile: bussa alla porta e scappa; voglio leggere tutto il giorno a letto; sei avvolto come una mummia, garza umida di nebbia –

e continua con qualcosa di vecchio: non beve alcol, un diamante di freddo pulsa nelle sue ginocchia

e così ancora – ogni volta – e ogni volta questo è il primo argomento di conversazione

come se non ci fosse niente di più importante di questo autunno, bagnato come un mattino sotto una crosta prematuramente sbucciata

ruba tempo alle conversazioni di lavoro, intercetta un’ondata di pettegolezzi, si sdraia con un gatto randagio sul balcone, dove dovrebbero raccogliersi mucchi di segreti.

l’autunno ci spinge verso la cucina e ci fa mettere sul fornello il bollitore

l’autunno inizia con qualcosa di banale, ma cresce velocemente come i figli degli altri

un soldo d’inverno rotolerà dal suo freddo grembo, la neve coprirà noi ormai mummificati, congelati a metà parola

poi nessuno busserà più alla finestra del balcone nel cuore della notte

così  c’è anche il rischio generale di cessare di esistere per un po’

Nata nel 1996, Ella Yevtushenko ha debuttato con una raccolta di grande successo, Lichtung, e ha vinto numerosi concorsi di poesia in Ucraina.

u

di Dmytro Lazutkin,  traduzione inglese di Yury Zavadsky

il cielo è sempre più vicino

quando gli aerei biposto atterrano sull’acqua

nella baia di Vancouver

decine di piccoli bombi di ferro sembrano parlare tra loro:

Ho visto dorsi di balene saltare sull’oceano

Ho tirato fuori lo snowboarder dal crepaccio

Ho parlato con la vela mentre cambiava rotta

solo tu ed io non sappiamo nulla della cosa principale

e degli enormi albatri ci hanno rubato la colazione

mentre ci baciavamo sui pini caduti

scrutando nella baia avvolta nella nebbia

gli uccelli il nostro cibo lo laceravano

perché non è solo pane

respira al rallentatore

non solo patatine fritte…

Tuttavia

liberare l’emozione

potrebbe essere una continuazione della compressione

e un tatuaggio sul collo

Ho cancellato la punta della lingua

e poi abbiamo guardato i giocatori di pallavolo di dicembre

qui l’inverno è mite

quindi sono davvero esuberanti

gettando le giacche sulla sabbia

sono rimasti solo sul template: colori

e ho guardato il rimbalzo di ogni palla

premendoti sempre più stretta

come il sole che abbraccia la coda di una salamandra

come lo sguardo inebriante del pescatore abbraccia le reti asciutte

e i fumatori di marijuana convergevano sui cespugli di magnolia

per respirare respirare respirare

questo gelido oceano in cui tutte le risposte sono appese ai ganci

le nostre domande

questo vento calmo

che spinge le isole più vicino alla riva

e quel cinese serioso ha cercato di fermare il tempo

che filtrava tra i bastoncini

e quelle luci cupe che spingevano i procioni fuori dalle loro tane

e su gentile richiesta di pronunciare correttamente il nome del mio paese

Ho detto:

Bene

impariamo

prima lettera –

(t)U

Dmytro Lazutkin è autore di diverse raccolte di poesie, campione di poetry slam e paroliere. Lavora come cronista sportivo e conduttore televisivo.

L’amore a Kiev

di Natalka Bilotserkivets, traduzione di Andrew Sorokowsky

Più terribile è l’amore a Kiev che

Le magnifiche passioni veneziane. Leggere volano

Le farfalle maculandosi in coni luminosi –

In fiamme le brillanti ali di bruchi morti!

E la primavera ha acceso le candele all’aroma di castagna!

Il gusto tenero del rossetto a buon mercato,

L’audace innocenza delle minigonne,

E queste acconciature, il taglio non è proprio giusto-

Eppure immagine, memoria e segni ci emozionano ancora…

Tragicamente ovvio, come l’ultimo successo.

Morirai qui per il coltello di un farabutto,

La pozza del tuo sangue si allargherà come ruggine all’interno di una

Audi nuova di zecca in un vicolo a Tartarka.

Precipiterai qui da un balcone, il cielo,

Giù a capofitto nella tua piccola sporca Parigi

Vestita della candida camicetta da segretaria.

Non puoi distinguere i matrimoni dalle morti…

Perché l’amore a Kiev è più terribile che le

Idee del Nuovo Comunismo: gli spettri

Emergono nelle notti inebrianti

Fuori dal Monte Calvo, portando in mano

Bandiere rosse e vasi di gerani rossi.

Morirai qui per il coltello di un farabutto,

Precipiterai qui da un balcone, il cielo, dentro

Un’Audi nuova di zecca da un vicolo di Tartarka

Giù a capofitto nella tua piccola sporca Parigi

La macchia del tuo sangue si allargherà come ruggine

Su una candida camicetta da segretaria.

Natalka Bilotserkivets è una poeta, editrice e traduttrice di grande successo. Le sue poesie sono state antologizzate e tradotte in una dozzina di lingue europee.

Non baciarmi sulla fronte come un cadavere

 di Yulia Musakovska , traduzione inglese di Yury Zavadsky

Non baciarmi sulla fronte come un cadavere

diciamo, quasi due volte appassiti, gli occhiali e gli occhi stessi.

Medicine mischiate a dolci, le pagine del libro gialle come la sua pelle.

Versa nel vuoto alcune delle sue preziose storie.

Considero tutti i protagonisti vecchie conoscenze. Ufficiali del KGB accovacciati sullo stesso letto d’ospedale, con lucide scarpe ungheresi -avrebbe anche ucciso per procurarsele. Lo sguardo è beffardo.

Aveva detto, questi Beatles, questo dipartimento di lingue straniere, non ti serviranno a nulla.

Tutto questo è per gli eletti, non per gli orfani, o per i parenti poveri.

E si nascondeva come il formaggio nel burro, silenzioso come un topo.

Gente come te la catturavamo nei vicoli, la sradicavamo

Alle persone rispettabili questo piaceva, era considerata cosa rispettabile.

L’avrebbe fatto per suo figlio. Per una pera da combattimento, per carne viva e calda.

Vedo anche quella donna, la sua bocca storta e luminosa. Le sue

Gambe da ragno, porcellana puntinata, arnesi in metallo.

Un appartamento ammuffito con soffitti troppo alti.

Ma è lui che vedo il più chiaro di tutti: forte, con una chitarra.

Con gli occhi spalancati e i pollici nelle tasche dei jeans.

Con migliaia di pagine memorizzate.

Con un volto aperto al mondo. All’acqua scura e profonda.

Non per una ragazza, non per una disputa –

per il libero scorrazzare delle braccia,

per un’onda alta, anche se non sulla spalla.

Yulia Musakovska è una pluripremiata poetessa residente a Leopoli, autrice di quattro raccolte di poesie e traduttrice di poesie dall’ ucraino in inglese. Lavora nel settore informatico.

Comunicazione

Scritta e tradotta da Yury Zavadsky

Sorprendente come i sentimenti dipendano dalla pressione sanguigna.

L’elettricità nel mio corpo mi impedisce di rimanere fermo.

E, comunque, mi costringo a non muovermi.

Le dita scorrono nervosamente sulla tastiera.

Poi i versi irregolari si trasformano in sogni ad occhi aperti.

I tuoi SMS accompagnano i miei passi.

Non voglio tacere, ma non ho niente da dirti.

Il giorno è perso e nessuna pillola può riportarlo indietro.

Rimane solo una spiacevole stanchezza alla conclusione della giornata.

La notte e il sogno inquietante impossibili da ricordare.

Mi sembra di essere felice

sentendo il tepore della tua vicinanza

e le tue dita tanto vicine.

Oh questi giorni senza radici come le mie poesie

mi riempiono di alcol.

Oggi, l’intera giornata è mattina.

Una nebbia fredda, le sue gocce sospese nell’aria.

Lo spazio autunnale vuoto.

Mi sembra di essere felice accanto a te,

Non mi sono mai sentito così sicuro e calmo.

Esito, però, se tutto sta andando così bene,

poiché questi giorni saranno passati,

Li ricorderò

come i giorni migliori.

– Chiudi gli occhi e rilassati, lo senti?

– È autunno e la malinconia si abbatte su di noi.

– Sono io con la mia crisi temporanea.

Yury Zavaedsky è poeta, traduttore, critico letterario, interprete, artista di rumorismo ed editore.

Ringraziamo vivamente Calvert Journal per la selezione dei testi,  mentre restiamo in attesa di ricevere da loro  il permesso per la traduzione)

Un inventario di vita e poesia. Gabriella Gianfelici legge “Fluida” di Anna Fresu.

da “Fluida”, ed. Macabor 2021

***

“Non ci stupisce come

da lettere-parole, suoni-note,

colori, che hanno inizio e fine,

da volti di occhi, nasi, bocche,

orecchie,oggi domani ieri

sorgono innumeri possibilità….

(da Meraviglia)

“Un inventario di vita e poesia”

di Gabriella Gianfelici

Ho iniziato dall’ultima pagina a leggere questo libro di Anna Fresu, persona culturalmente instancabile  e amabilissima amica / compagna di tanti viaggi, svolti in tanti luoghi: Roma in primis dove ci ritrovammo una sera d’inverno in una stanza dalla porta verde, presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma: la stanza dell’Ass.ne Culturale Donna e Poesia che in quel luogo ha “militato” e svolto attività varie per quasi trent’anni…Capelli lunghi e sguardo fiero, occhi brillanti e un sorriso contagioso (come adesso, del resto!), così conoscemmo Anna e fu l’inizio di molti incontri.

Ma Anna non è soltanto ascolto di sè stessa, è anche attenzione agli altri, alle problematiche e alle gioie delle altre persone che la circondano ma non soltanto. Lei ci traduce poeti e poete che non conosciamo per trasmetterci culture diverse e farci comprendere le diversità del mondo, lei che ha viaggiato e insegnato, lavorato e “giocato” in tante parti del mondo. Tutto questo si sente nei suoi versi, è molto palpabile e molto tangibile e di questo la ringrazio perché, grazie al suo lavoro di espansione culturale, ci aiuta a non restare ancorati al nostro piccolo ambito.

Organizzammo letture e riflessioni, in librerie e in altri luoghi, ci seguì anche un’amica comune che vive a Roma: Candida, e poi ci ritrovammo, qualche anno più tardi, a Forlì presso un’altra Ass.ne Culturale di Donne: VoceDonna, conducevamo lei un laboratorio di narrativa ed io uno di poesia.

Volevo tracciare questi percorsi, volevo con queste parole far comprendere la unicità della persona Anna: la poesia, la scrittura, la vita stessa sono inscindibili, non ci sono priorità… Anna è lei. È così.

Come senza nessuna remora si è mostrata a noi, attraverso le pagine di questo libro e per mezzo di “quell’inventario di vita e di poesia” che ci permette di conoscerla ancora di più.

Un diverso scrivere per Anna che finora ha pubblicato libri di racconti, di narrativa, di teatro e moltissime traduzioni. Ma, anche in questo libro, la capacità di espressione letteraria è altissima e l’empatia che Anna sa trasmettere ci illumina sempre nel percorso poetico. 

“Cadono pezzi” (pag.14) è la poesia fatta puzzle: i pezzi che cadono, che cerchiamo, che vorremmo riunire, che vorremmo accanto e che invece scivolano, si trasformano…mutano come la nostra stessa vita.

E ancora nella poesia “Ode all’imperfezione” (pag.66) troviamo il tempo che scorre, che ci modifica…la ruga, il neo, il corpo che cambia e all’inizio la fatica dell’accettazione ma dopo, giorno dopo giorno, accorgersi che anche questo è nostro, anche queste imperfezioni e cambiamenti ci appartengono e allora l’ansia e le incertezze cadono e iniziamo a vivere in altro modo, quasi in un’altra dimensione.

La poesia “Il peso del silenzio” (pag.79) ne è uno dei tanti esempi.

Per terminare questa breve recensione rammento la poesia: “Lieve” (pag.93) dove tutte le amarezze, i rimpianti, i ricordi dolori si fondono con le conquiste raggiunte, con l’amore dei figli e delle persone vicine e lontane (spesso più importanti e reali di quelle prossime) e allora si “percepisce” ancora più profondamente la bellezza e la unicità della propria vita, e Anna sa bene quanto questa sia preziosa.

Le poete e i poeti hanno il compito, gravoso e gioioso insieme, di fissare sulla carta le parole, per ricordare a coloro che non usano lo strumento della parola la gamma dei sentimenti. Una gamma che può andare dall’osservazione del blu del mare e la sua profondità, che ci riporta a nenie infantili e a ricordi marinareschi (come nel caso della nascita dell’autrice), per poi proseguire con il dono della luce lunare, con la grandezza di un sorriso o con la piccola stretta di mano delle bimbette.

Noi tutte e tutti siamo impastati di materia e di fiato, di anima e pensieri che ci agitano. 

Anna Fresu è riuscita a raccoglierli, a scriverli e a porgerli con la semplicità che la caratterizza ma, con una grandezza d’animo e con una fine struttura poetica, per questo leggere “Fluida” non soltanto è un piacere ma è anche una scoperta di una gran parte di noi stessi/e.

…come un regalo

spiraglio sul domani.

“Il mio sorriso” (pag.36).

                                                                                                                    Gabriella Gianfelici

Tre poesie

da “Fluida“, ed. Macabor 2021

La veste

Ho cucito l’amore

all’orlo della mia veste.

Quando cammino

lo spargo per strada.

Sulla pietra su cui cade

nascerà forse un fiore

o lo raccoglierà un bambino

per farci un aquilone.

Se sarà lieve

volerà nel vento

fra rami e foglie

sarà una canzone

andrà a posarsi

sopra un davanzale

qualcuno gli aprirà 

la finestra e con il sole

darà luce a una stanza.

Se non sto attenta

Mi cadrà in un pozzo.

Povero amore,

tenero e sgualcito,

che non ha braccia

per poter nuotare.

La casa del povero

La casa del povero

non ha nazione

o confini.

Ha fragili pareti

e porte che non proteggono.

Ha tetti di nuvole

che piovono

quando non serve.

Ha pavimenti coperti

di polvere di memoria.

Non ha tavole imbandite

né letti su cui riposare.

Ha vecchi senza passato,

adulti senza più lacrime.

Ha bambini a cui hanno rapito

Il futuro,

bambini con sguardi

di sdegno

che stringono

i loro libri di scuola

con segnalibri

di speranza.

Ode all’imperfezione

Canto la ruga il neo la cicatrice

ogni traccia lasciata sulla carne.

Canto il corpo che cambia

e la bellezza che mai non corrisponde.

Canto il passo del tempo il suo fluire

le scintille disperse sulla via

la scia di ciò che fummo e il suo mutare

l’essere sempre altra il suo sfuggire

ai canoni alle leggi all’immanenza.

Canto persino il dubbio l’incertezza

Il pensiero che oscilla e che vacilla

che non riposa su conquiste passate

Canto l’eterno cercare indefinito

Canto l’errore il torto e il suo perdono

Canto ogni cedimento alla passione

All’àncora incompleta della nostra ragione

Canto lo sguardo che coglie e ricompone

in frammenti perfetti l’armonia. 

Resoconti di futuro. Memorabilia nel sesto giorno dell’anno.

Terzo giorno del nuovo anno.

Una cesta dal diametro vasto piena di litchi, frutto a me sconosciuto, circondava l’elegante area d’ingresso del supermercato. Cercavo delle arance rosse da buon succo. Non le trovavo. Non c’erano.

Son passata oltre la rotonda dell’ospedale e ho gettato lo sguardo sul nuovo cemento prefabbricato preimpiantato a basso impatto emozionale, che ha quasi finito di completare il soffocamento della vecchia area degli ippocastani. Qualche anno fa, per quell’area, due classi della scuola primaria del quartiere avevano composto letterine e disegni a difesa di quel verde e di quello spazio dall’ennesimo centro commerciale di media grandezza a pochi passi da altri due centri commerciali di media grandezza della città (di media grandezza e di un’economia mezza grandiosa che ben presto finiva per impaludarsi nella pestilenza del Covid). Il destinatario delle speranze a forma di disegni di alberi e altalene, era stato il campo dei miracoli comunale . Che in nome della crescita e della produttività aveva seppellito le monete d’oro delle speranze dei bambini e delle bambine spiegando loro e alla collettività, tramite il locale gazzettino ufficiale, il perché e il percòme fosse prioritario radere a zero la chioma degli alberi e sostituirla con quella rigida dei pilastri di calcestruzzo, fari di civiltà commerciali (pre-pandemiche). Un vero scialo di futuro. Perché ho ricordato l’accaduto? Forse per il malumore di non aver trovato le arance rosse da spremere, in pieno gennaio. I litchi non li ho certo presi anche perché per conoscere cosa fossero avrei dovuto consultare lo stregone saccente di Internet, Wikipedia (e “chi se ne frega” dove lo mettete, etc, etc) che le arance non me avrebbe fatte trovare lo stesso.

Sesto giorno del nuovo anno, Epifania di Nostro Signore.

Ho trovato una citazione di Hannah Arendt in un libro sulla decrescita e il sacro. Arendt e la Weil sono letture che danno coraggio. Quando trovo una loro citazione inaspettata, in un contesto inusuale per le mie aspettative di letture, sono felice quasi quanto il trovare in strada una vecchia amica che non vedo da tempo e di cui ho davvero bisogno. Approfondisco la conoscenza teorica di quello che sto leggendo. L’autore, cattedratico francese saccheggiato in tutt’Europa, lanciò negli anni scorsi una sorta di manifesto morale e in uno degli inviti spiegava che: (immagino noi occidentali)“ Abbiamo bisogno di rinunciare a questa folle corsa verso un consumo sempre maggiore. Questo non è necessario soltanto per evitare la distruzione definitiva dell’ambiente terrestre, ma anche e soprattutto per uscire dalla miseria psichica e morale degli esseri umani contemporanei.” E poi la citazione della Arendt e la sua luminosa contestazione ai totalitarismi e fermo la lettura. Un’immagine metafisica di letterine e disegni con pastelloni e pennarelli coi tappi mangiucchiati si incolla agli occhi. A quei bambini che avevano scritto agli alberi e al sindaco, una certa parte di ambiente terrestre l’abbiamo rubato. Mi sento in colpa nonostante non abbia fatto male ad una sola foglia in vita mia. Gli alberi non ci sono più. Dovrei impormi, ci si si potrebbe imporre, di ricordare, per trasformare il buono che rimane in meglio (sono testarda: litchi in arance a impatto zero, ad esempio). Rileggere “La banalità del male” e declinarlo alle responsabilità mai confessate delle accidie e dei menefreghismi quotidiani. Rileggere “La persona e il sacro” e riflettere sulla devastazione fisica e psichica della violenza nelle nostre vite. Leggere i disegni dei bambini. Le immagini parlano sempre. “Reincantare il mondo” con la poesia, i poeti, le poetesse. Prendere tempo. In assonanza di doni epifanici, regalarsi tempo nuovo. Anche come atto apotropaico.

Buon Anno Nuovo.

Che voglia o no. Poesie e riflessioni contro la violenza dal patrimonio poetico femminile

Basta guardarsi intorno per trovare esempi di assurdità criminali.

(Il libro del potere, Simone Weil)

l’uomo che diventa una vite

i giardini coltivati e corda tiene

lo stupro l’aria muore le mosche –

oh! iddio che non salvi.

il mercato nei cesti di rosso

strada di mammelle e di vento

il cotone in cui sale spavento

non sai se è guardare.

Nadia Agustoni

Solo se si conosce l’imperio della forza e se si è capaci di non rispettarlo è possibile amare.

(Il libro del potere, Simone Weil)

Non ho voglia di aprire la bocca

di che cosa devo parlare?

che voglia o no, sono un’emarginata

come posso parlare del miele se porto il veleno in gola?

cosa devo piangere, cosa ridere,

cosa morire, cosa vivere?

io, in un angolo della prigione

lutto e rimpianto

io, nata invano con tutto l’amore in bocca.

Lo so, mio cuore, c’è stata la primavera e tempi di gioia

con le ali spezzate non posso volare

da tempo sto in silenzio, ma le canzoni non ho dimenticato

anche se il cuore non può che parlare del lutto

nella speranza di spezzare la gabbia, un giorno

libera da umiliazioni ed ebbra di canti

non sono il fragile pioppo che trema nell’aria

sono una figlia afgana, con il diritto di urlare.

Nadia Anjuman

La violenza schiaccia tutto quello tocca. Finisce con l’apparire estranea a colui che la esercita come a colui che la subisce.

(Il libro del potere, Simone Weil)

Ti

hanno

insegnato che

le tue gambe sono un pit stop

per uomini cui serve un luogo di sosta

un corpo sfitto abbastanza vuoto

da ospitare ma nessuno

viene mai né è

disposto a

restare

Rupi Kaur

E dove non c’è posto per il pensiero, non ce n’è anche per la giustizia e la prudenza. Ecco perché uomini armati agiscono in modo folle e spietato. Le loro armi affondano nel nemico disarmato che giace ai loro piedi; essi trionfano su un morente descrivendogli gli oltraggi che il suo corpo subirà.

(Il libro del potere, Simone Weil)

Gli alberi occupano l’aurora della famiglia. L’animale

è una massa di attenzione, la musica sale

dai gomiti appoggiati alla terra. La campagna, quel grumo essenziale

di rondoni e polvere serena è ora tavola, macero

e orinatoio, principio attivo dell’anima.

Lei trasformata

dalla scoperta che l’amore vibrava come un timpano d’acqua

dalla base del

tempo. Lo rivelano

le tracce ritrovate successivament in mare – sulla città di pietra

degli scogli

e l’impronta caucasica della scomparsa.

Mamma – mi sento come se volassi – davanti

a queste statue che ti somigliano. Indagine

della sbordatura plantare, la luce, – poco incline – sulla spalla:

rosa vinosa

d’alba fiorentina. Non mi hanno ridato l’impermeabile

che avevo offerto per coprire il suo eccesso di opacità.

Domando cosa non l’abbia fatta risplendere: il mio corpo di latte

era carico di misericordia. Sovrastate – restituite

allo stato di cose le sue ossa dolevano grandiosamente, mute

come respira muto dalle origini il neutro.

Maria Grazia Calandrone

Se si analizzassero … tutte le parole, tutte le formule che nel corso della storia umana hanno suscitato o spirito di sacrificio e insieme la crudeltà, si scoprirebbe che sono tutte ugualmente vuote.

(Il libro del potere, Simone Weil)

Solo per un giorno

essere come voi.

Solo per un giorno

toccare integro il mio corpo

farlo volare in alto

e poi

distenderlo sulla terra

pesante e felice.

Solo per un giorno

cancellare

la ferita che mi rinnova

l’incubo

che spurga le mie viscere

che fa gemere le mie notti.

Solo per un giorno

non pensare

ad una triste sorte

che nella luce tiepida

di una fine giornata

di ottobre

s’incollò ai miei anni acerbi.

E per non vacillare

trasformare la realtà

pregando in silenzio

in un mantra tutto mio

dove la carezza rinsaldi

gli infami spacchi.

Gabriella Gianfelici

Buone vacanze e buone letture

Si chiude temporaneamente il blog per andare ad aprire i libri acquistati e non ancora letti come anche i libri letti e da voler rileggere. Si chiude temporaneamente per fotografare e per provare i nuovi colori degli acquerelli comprati  e non ancora messi sul foglio.  Foglio che potrebbe essere colorato magari anche dalle matite inglesi acquistate in un momento autogratificante e chiuse nella scatola ad attendere l’uso. Si chiude per indossare le scarpe da trekking e passeggiare di sera nel parco di Rivalta. Si chiude per andare al mare a leggere il libri acquistati e non ancora letti, a fotografare e a colorare insomma. Si chiude per ritrovare bellezza e armonia, seppure per poco tempo.

Buone vacanze a tutte e tutti voi e a tutte e tutti voi buona creatività e buon riposo. Continua a leggere

Ripiegare i giorni addietro. Opera incerta di Anna Maria Curci.

opera incerta

Mentre qui aspetto
mi si accosta il silenzio
e suggerisce

Anna Maria Curci

Dell’opus incertum ne abbiamo traccia ovunque: sotto i nostri piedi, accanto al nostro cammino, lungo le grandi strade che da Roma portano fino alla fine del mare del Nord. Dell’opus incertum, in arte, ne abbiamo studiato presto la solida architettura, destinata nei secoli a chiudere i nemici oltre i muri, oltre il vallo e ugualmente scelto a sostenere sulle sue spalle le volte degli archi, aperti spazi del cielo fra le mura. Incertum. Incerto. Non per antifrasi ma per diversità di materiali che lo compongono, per diversità di forme che lo stratificano. Amalgama di forme e di materiali: la diversità come valore, come regola per resistere ed esistere nel dettato della poesia della vita “con miglior corso e con miglior stella” come indicato da Dante.
La sinestia con la poesia dell’opus incertum è presentata alle arti dalla raccolta Opera incerta, di Anna maria Curci, e il testo ti tocca dal profondo.
Con gran talento, nel dipanarsi dei versi, “Passa il tempo impunito/e sparge sale, ma non lo vediamo.”, e la poesia “racchiude il ricordo/e non rinnega”.
Il testo scioglie e coagula un conglomerato di masse e frammenti confitti nell’ammasso ancor fresco del nucleo dell’evocazione, architettura tenace, resistente ai secoli, che “più degli omissis” teme” le omissioni/le sommosse mancate contro l’inanità”. Si mostra agli occhi della poesia, poesia di cui non possiamo fare a meno. Essa è l’ossatura delle nostre strade antiche, l’idea da dove siamo partiti per trovare radici sicure che ci proteggessero dall’ordinario, dall’insensibile.

Poesia a cui chiediamo l’esperienza e l’evocazione, l’indagine e il sogno, la sommossa e il prodigio, la memoria e il riso d’amore (che “non è mai peccato”). Chiediamo all’opus incerto, all’Opera incerta, di permetterci di “leggere versi all’alba/salutar maestri/nel vento freddo/dell’oscuramento” e l’autrice, che “conosce” e “racconta”, ci porta nel posto dove accadono le esperienze, dove la storia, ogni storia qui evocata, è stata straordinaria e la poesia, opera incerta, ha messo insieme ogni elemento diseguale, ha avuto la voce aperta.
Opera incerta, opera totale, opera di valore.
Consapevole della “musica della pazienza”, l’Opera attrae e invita. Mnemosyne regge, apparendo fin dall’esergo joyciano in cui l’invocazione al passato è la guida, la sfida dell’es e dei verbi che esortano al viaggio. L’autrice è la barcaiola, e la sua barca non ha vele (le vele sono suddite dell’inaffidabile vento) ma remi. Remi che portano da una sponda all’altro del viaggio, seguendo l’appoggio delle strofe, il perimetro dei distici e dei versi liberi, la linea dei baci delle rime e dei landay, i piedi della metrica classica e gli imperativi dei verbi.
Conducono gli anni, che lungamente hanno formato la raccolta. La vita ne scorre dentro come la storia, tópoi della sconfinata cultura dell’autrice, costruzione costante all’interno e fuori le mura del libro, dove “sciama la misericordia”, poiché il cuore umano “resiste a tutto” (come scrive Felicita Hoppe) tranne al fumo dei roghi e dell’inanità. “Chi ha più spesso occasione di sentire che gli viene fatto del male è proprio chi è meno capace di parlare” scrive Simone Wail, e la poesia spalanca quel silenzio. La storia è ombra che chiede luce e la poesia è pietra d’inciampo, ha l’esperienza del ricordo. Dove passa la gloria del mondo la poesia di Opera incerta ci dona il suo valore, le sue pieghe e i suoi varchi di luce. “Lo slancio riconosco,\la luce tende braccia\non si fa definire”. Brucia sul rogo il cuore di Giovanna e i figli sono cresciuti fra un film di Fassbinder e uno di Von Trotta imparando la lingua dei sogni e restituendola indietro. La porta di Ištar è chiusa, eppure da lì partono i nuovi dannati dei viaggi della speranza migrante, mentre ancora sulla Terra sussultano le voci dell’inferno, fra Dante e Sartre, Birkenau e la stazione centrale di Bologna.
Il ricordo è il dovere della cultura, il suo punto di domanda.

Ma è il cuore che conduce. E il cuore dell’Opera ha un ritmo raffinato. Un azzurro Erlebnis continuamente si sovrappone al tempo ed interseca la linea della storia. L’azzurro che “fiorisce nella testa” è l’alta volta sulle spalle del muro incerto, che accompagna ogni pagina e solleva dalla fatica del tempo e della storia, in un dialogo per frammenti e dolcezze che nel silenzio cerca la grazia fra il mondo e l’interiorità “Così va azzurro l’oggi/non cerco altre parole. /Si affacciano discrete/ se offrono riparo./ Sui sentieri interrotti/non portano salvezza/rebberciare non sanno. /Duetta l’ombra con la luce”. Il moto dolce e paziente, costruito ed emerso al di là di ogni male patito è lo spazio assoluto in cui la poesia si relaziona. Traccia la mappa della salvezza. “Nei giorni di canicola e di merla” tutti gli affetti sono stati custoditi. E amati. “Il tuo sorriso mi è venuto incontro”. L’affezione, contrario vocabolo della vacuità, è stato riparo e protezione. E coscienza. E poesia, opera incerta.

Tre poesie da Opera Incerta
di Anna Maria Curci

opera incerta Continua a leggere

Lettura critica di Maria Musik a “8 colori per 8 Storie”

Chi ha seguito la presentazione della raccolta antologica di racconti “8 colori per 8 storie”, lo scorso sabato 12 giugno, ha apprezzato la nota critica precisa e robusta che Maria Musik aveva preparato per accompagnare la comparsa del libro, nato da due anni di laboratorio di scrittura di Gabriella Gianfelici. Un testo speciale che ha siglato in profondità ogni racconto, un regalo prezioso di Maria Musik che ha affiancato la  sua prefazione alla raccolta. I due testi  vengono  riproposti in lettura sul Golem Femmina, insieme ad una breve descrizione del progetto di “8 colori per 8 storie” della curatrice del laboratorio.

Buona lettura.

L’avventura di aver progettato e portato avanti per 12 incontri un laboratorio di scrittura creativa, durante il lockdown, è andata oltre le aspettative, cioè con la pubblicazione di un libro online: 8 colori per 8 storie con le illustrazioni del maestro Giuliano Giuliani.
Ognun* dei partecipanti ha scelto un colore e quel colore lo abbiamo sviscerato sotto il profilo antropologico, artistico e mitologico. Da lì sono scaturiti i racconti che hanno preso, dietro mie suggestioni librarie e riflessioni personali, una loro strada fino a concludersi.
Il laboratorio è una fucina vera, densa di idee e passioni, di stimoli che vengono gettati alla rinfusa come in un cesto e che ognun* poi può recuperare al bisogno: per portare avanti un soggetto, per aumentare la suspence, per cambiare un po’ l’atmosfera.
Così abbiamo lavorato in questo tempo pandemico, siamo cresciut* insieme e insieme abbiamo gioito di questo bel risultato.

Gabriella Gianfelici

8colorix8storiecover

8 COLORI PER 8 STORIE

lettura a cura di Maria Musik

Quando, a causa del meccanismo per cui siti e social registrano le nostre preferenze, compare sullo schermo la notifica dell’ennesima offerta per un “Laboratorio di Scrittura” mi capita di storcere il naso. In parte, questo mio pregiudizio nasce dal conoscere il mercato che nasconde proposte blasonate quanto di scarsa qualità e, inoltre, si rafforza della convinzione che il primo vero laboratorio di scrittura sia la lettura, ahimè, sempre meno praticata nel nostro Bel Paese.
In questo caso, devo dire che è bastato l’invito alla lettura di Gabriella Gianfelici, che stimo come donna e come scrittrice, a farmi accettare – senza se e senza ma – di leggere, in assenza d’informazione pregressa e uscendo da qualunque ottica di valutazione meritocratica, i testi che qui troverete. Reduce dalla valutazione “matta e disperata” di racconti inviati a un Premio che mi vedeva nella giuria per la narrativa, accostarsi ai prodotti letterari di quest* autor* si è rivelata una piacevole sorpresa.
Ho molto apprezzato come ognun*, cogliendo gli stimoli del lavoro laboratoriale, abbia saputo sfruttarli per produrre qualcosa di originale che, al di là delle comuni suggestioni, rivelava un diverso temperamento artistico e variegate scelte stilistiche. In questa raccolta passiamo dalla difficile e coraggiosa arte della prosa poetica al racconto epistolare, dal diario alla scrittura sperimentale senza disdegnare gli scritti che rielaborano esperienze vissute senza scadere nel mero autobiografismo.
Vorrei invitare il lettore a una lettura in “due tempi”. Partite da un approccio globale per cogliere le possibilità che un buon lavoro laboratoriale, guidato da una “facilitatrice” professionale ma non invadente, offre al gruppo e a ciascun*. La metodologia del laboratorio, se ben condotta e conosciuta, pone tutti in un contesto d’apprendimento collaborativo per compiti reali che, volendo usare un anglicismo, definiremmo “learning by doing”. In un successivo momento, rileggetene uno al giorno per apprezzarne l’unicità e, senza voler fare graduatorie, coglierne il singolo e molteplice valore aggiunto.
La lettura globale renderà evidente come le/i partecipanti abbiano lavorato con passione all’elaborazione della “suggestione del colore” (anche sottratto a un’opera d’arte?) che fa da innesco alle emozioni. Si apprezzerà quanto si siano cimentat* con il valore dei lemmi che, prima isolati poi rinnestati, veicolano tali emozioni verso un processo di introspezione e ricerca di senso per essere “restituiti” al/nel testo in tutta la loro ricchezza espressiva. Infine, sarà certo gradito come abbiano colto l’invito a scavalcare il muro delle esperienze vissute in spazi ristretti (sempre di più in un tempo abbrutito dalla pandemia) per immaginare un “altrove” quale scenario, geografico o mentale, delle vicende o delle malie narrate.
La rilettura che vi ho proposta, poi, consentirà di uscire dall’ottica dell’insieme per stimare ogni prodotto/opera per le sue peculiarità, gli intenti espliciti o impliciti di trasmettere un messaggio, il meccanismo della memoria involontaria che, come in Proust, a partire da uno stimolo sensoriale consente la ricostruzione del ricordo pieno del suo valore soggettivo e quindi emotivo e, non ultimo, l’evidente buon lavoro che dovrebbe contraddistinguere sempre un testo letterario, sottraendolo al rischio dell’improvvisazione con conseguente perdita di valore.
Per concludere, auguro a ciascun* di voi autor* di non smettere mai di celebrare la Parola con la lettura e la scrittura e di perseguire con caparbietà le vostre aspirazioni: non è così importante in quanti vi leggeranno ma che non perdiate o sotterriate il vostro incredibile e luminoso Colore.

Roma, 23 maggio 2021

AMARANTO (Amaranto) di Paola Masselli
Un testo particolare, cadenzato, che ci abitua a un “metodo” capace di integrare poesia musicale e sonora, prosa e diario. La riflessione e l’autocoscienza attraverso le parole.
Il CORPO Pag 8

INCANTO (Bianco) di Addolorata Esposito
Testo assai particolare, a partire dall’inconsueta scelta del font… avrei quasi desiderato di vederlo scritto a mano per assaporare l’impatto della grafia “dell’anima”.
Il mito delle Sirene. Riflessione sulle sorelle di Proserpina. Pag. 19
LA BELLA ESTATE SI TINGEVA D’ORO (Giallo) di Adriana Rotili
Coraggiosa e affascinante prosa poetica. A parte qualche arcaico troncamento, che può però trovare motivo d’essere nell’allacciarsi al Mito, è di pregiata fattura.
Il mito della Madre Pag. 29
LA LETTERA (Arancione) di Francesca Vanchieri
Narrazione molto efficace e chiaro l’intento. Il dipinto delle arance simbolo della “pena e del riscatto” che accompagnano scelte d’autonomia. Interessante la collocazione temporale.
Il dipinto Pag. 39
ORESTE (Blu) di Fiorenza Morselli
La scrittrice lascia che a narrare la storia sia un uomo, personaggio positivo anche nel suo rapporto con il femminino. Il ritrovamento della borsetta e i rimandi a questo oggetto parrebbero condurre il lettore verso un “giallo” e la semplice soluzione del “caso” è un valore aggiunto perché risponde ai lineari canoni del racconto e del protagonista che molto rassomiglia al suo fiume immenso.
La borsetta Pag. 51
VERONICA (Verde) di Giorgia Sassi
Mi ha colpita la metamorfosi che ci rimanda, lievemente però, ad Alice e a Kafka
La metamorfosi Pag. 61
ROSSO SANGUE (Rosso) di Massimo Cappuccini
Per chi ha, come me, avuto a che fare con adolescenti è stato facile entrare in sintonia con i fatti narrati. I personaggi che ruotano intorno al protagonista sono stereotipi, volutamente credo, ma ahimè non tanto distanti dalle realtà genitoriali esperite.
Ho pensato a Proust e alla stanza foderata di sughero Pag. 71
NULLA ACCADE PER CASO (Azzurro) di Maria Presciutti
Anche in questo racconto troviamo le parole chiave esplicitate sin dall’incipit quasi a voler fare da cornice/bussola durante il viaggio che ci si prepara ad affrontare insieme al protagonista.
Una fotografia, a volte, non può contenere ciò che il ricordo vivido di un profondo vissuto ci restituirà finché ne avremo memoria Pag. 86

MARIA MUSIK

Maria Musik, nasce a LaRecherche.it nel 2007. Infatti, pur avendo coltivato da sempre la passione per la lettura e la scrittura, inizia a rendere pubblici i suoi testi proprio su questo sito e, sempre in questo magnifico luogo d’incontro, decide di rendersi disponibile a concorrere maggiormente alla sua crescita ed alla sua apertura verso spazi culturali e artistici più vasti. Su LaRecherche.it ha pubblicato trecentocinquant’otto testi fra poesia, narrativa, aforismi, articoli, interviste e recensioni nonché quattro eBook; ha partecipato a tutte le pubblicazioni di AA.VV. Attualmente fa parte del Comitato di Redazione, cura la collana di eBook “Indovina chi viene a cena?” ed è socia fondatrice dell’Associazione Culturale LaRecherche.it e membro della Giuria del Premio Letterario “Il Giardino di Babuk”.
Crede che la Letteratura, in tutte le sue forme, possa (debba?) avere anche un ruolo civico e sociale quindi concorrere alla denuncia di ogni forma di discriminazione e di limitazione dei diritti civili e umani.

Sono una romana de’ Roma, innamorata della sua città. Insieme al fatto che scrivo poesie e che a volte lo faccio in un romanesco senza pretese, amo tradurre le mie visioni in racconti brevi. Sono come un gatto che gira fra i vicoli, fruga e annusa un po’ ovunque e, a volte, il “bottino” diventa parola scritta. Questo è tutto quello che è importante sapere di me.
Una piccola curiosità che voglio svelarvi è l’origine dello pseudonimo con il quale firmo i miei scritti: “Maria Musik”.
Se vi viene voglia di vedere un posto veramente unico, andate a Testaccio e visitate il Cimitero Protestante (o Acattolico) in via Caio Cestio. Ha una storia antichissima, legata all’usanza di seppellire gli stranieri (in particolare i non cattolici) fuori dalle mura. È un luogo magico dove riposano grandi uomini accanto a gente comune. Vi troverete le sepolture di Shelley, Keats, Severn, Reinhart, Gadda, Gramsci, Malwida von Meysenbug, Amelia Rosselli, Dario Bellezza e tanti altri. È un luogo ricco di storia, arte, musica e poesia.
Camminando fra le tombe, molte delle quali monumentali, un amico ha richiamato la mia attenzione su quella di una bambina: Salzmann Gerda Tusnelda Ida. Il monumento, realizzato in marmo, è costituito da un basamento con sopra un cestino di fiori, una cartella, il libro cuore, una corda e una borsa sulla quale è incisa la parola “Musik”.
Così, ho scelto di firmarmi Musik per onorare quella piccola vita spezzata ma anche il luogo della sua sepoltura che, da emblema di intolleranza, è divenuto simbolo di una Roma che riconosce come “cittadini” tutti quanti qualunque sia il loro luogo di nascita, ceto, credo politico e religioso. Ho, poi, aggiunto il nome di Maria, una donna che ho molto amato e che Roma aveva accolto benevola, come tanti altri prima e dopo di lei.

Il link per acquistare il libro è il seguente: