per l’otto marzo e per tutte le guerre: “Disertate donnE, disertate”. Con Sei poesie dall’ucraina per gentile concessione de la macchina sognante. associazione Exosphere.

Ernst Ludwig Kirchner

Per noi di Exosphere l’Otto marzo sarà una giornata diversa quest’anno. La dedichiamo alle donne che stanno soffrendo guerra, paura e dolore. Non solo in Ucraina. Ringraziamo Pina Piccolo e la Macchina sognante per averci permesso di pubblicare la loro selezione di poesie di autori e autori ucraini da loro tradotte in italiano. Qui sotto il link di riferimento.

http://www.lamacchinasognante.com/sei-poesie-dallucraina-selezionate-da-calvert-journal-in-traduzione-italiana/?fbclid=IwAR18siheShjwXGjrGOzQcIPumJCW2bAR7CrzrZpMoKiRPpa56vGRJPjBTbI

Oskar Kokoscka

Noi di Exosphere non avalliamo né concediamo spazio a nessun linguaggio di guerra.

Già arrivano le notizie degli stupri dei soldati alle donne ucraine. Le bombe lanciate sulle scuole le abbiamo viste fin dai primi giorni di guerra. Mani e anime sporche di sangue continuano a fare la guerra. In tempi di pace li chiamano assassini, in tempo di guerra li chiamano bravi soldati obbedienti. Fotografie mostrano carri armati guidati da donne soldato. Donne che non stanno difendendo null’altro che il loro lavoro di guerra, che però non è un lavoro qualsiasi, è un lavoro criminale . Che uccide, stupra, ruba la vita e la terra altrui. Non è questo il soffitto di cristallo da cui ci si voleva liberare. Almeno voi, donne, ribellatevi e disertate. Non uccidete. Disertate. Se nessuno entra nei carri armati, se nessuno produce i carri armati, se nessuno li rifornisce di benzina (o di qualsiasi altro carburante consumino, chi se ne frega di saperlo!) le guerre non comincerebbero neanche. Disertate e vivete in pace. E fateci vivere in pace.

Sotto qualsiasi bandiera, c’è sempre la possibilità di dire “basta” se ancora rimane un pezzo di anima nel corpo. Sotto qualsiasi bandiera c’è sempre la possibilità di disertare, di scendere dai carri armati, di non far volare gli aerei e le bombe, di andarsene via quando vi toccano le spalle e vi dicono che tocca a voi andare. Fate andare via loro.

Antigone fai il tuo dovere: disobbedisci al potere. Il proprio dovere è la vita. Non la morte di qualcun altro.

da La Macchina Sognante

SEI POESIE DALL’UCRAINA SELEZIONATE DA CALVERT JOURNAL

La letteratura ucraina ha una lunga tradizione che risale all’XI secolo. Uno dei suoi poeti più noti è Taras Shevchenko del XIX secolo, che iniziò scrivendo versi romantici per poi passare a versi più cupi sulla storia ucraina. Poesia e storia sono ancora intrecciate nell’Ucraina di oggi. Una diversità di stili definisce la poesia ucraina contemporanea, che va dallo schema metrico in rima al verso libero e da raccolte cartacee allo slam e alla poesia performata. Ma i recenti sconvolgimenti politici del paese, dalla rivoluzione di Maidan all’annessione della Crimea alla Russia e alla guerra nel Donbass, hanno contribuito a rendere particolarmente importante in Ucraina oggi la poesia  che si esprime in stili audaci e diretti, con grande partecipazione di pubblico alle letture e performance La selezione di seguito trasporta chi legge in un tour dal personale al politico, e dalle superstar della letteratura come Serhiy Zhadan a debuttanti forti e promettenti come Ella Yevtushenko.

Allora ne parlo

di Serhiy Zhadan, traduzione inglese di John Hennessy e Ostap Kin

Allora ne parlo:

dell’occhio verde di un demone in un cielo dai colori vivaci.

Un occhio che sbircia dal sonno di un bimbo.

L’occhio di un emarginato che la paura con l’entusiasmo rimpiazza.

Tutto è iniziato con la musica,

con le cicatrici lasciate dalle canzoni

sentite con gli altri bambini nei matrimoni d’autunno

Gli adulti che facevano musica.

Definizione dell’età adulta: la capacità di suonare

Come se apparisse nella voce una qualche nota nuova,

responsabile della felicità,

come fosse innato questo talento negli uomini:

poter essere sia cacciatore che cantante.

La musica è il respiro caramellato delle donne,

l’odore di tabacco sui capelli di uomini cupi

che tirano fuori il coltello per combattere il demone

che ha appena rovinato il matrimonio.

Musica che oltrepassa il muro del cimitero.

Fiori che crescono dalle tasche delle donne,

scolaretti che sbirciano nelle camere mortuarie.

I sentieri più battuti conducono al cimitero e all’acqua.

Nella terra ci nascondi solo le cose più preziose –

l’arma che matura con l’ira,

i cuori di porcellana dei genitori con il loro scampanellio

da coro scolastico.

Certo che ne parlo

degli strumenti a fiato dell’ansia,

della cerimonia di nozze, memorabile

quanto l’entrata a Gerusalemme.

Riponi sotto il tuo cuore

il ritmo da salmo spezzato dalla pioggia

.

Uomini che ballano così come spengono

gli incendi delle steppe con gli stivali.

Donne che si aggrappano ai loro uomini mentre danzano

come se non volessero lasciarli andare in guerra.

Ucraina orientale, fine del secondo millennio.

Il mondo è pieno di musica e di fuoco.

Nell’oscurità pesci volanti e animali cantanti danno voce.

Nel frattempo, quasi tutti quelli che si sono sposati allora sono morti.

Nel frattempo sono morti i genitori di persone della mia età.

Nel frattempo, la maggior parte degli eroi è morta.

Il cielo si apre, amaro come nelle novelle di Gogol.

Echeggiando, il canto di chi miete.

Echeggiando, la musica di chi porta via i sassi dal campo.

Echeggiando, non si ferma.

Serhyi Zhadan è uno dei poeti e romanzieri più famosi dell’Ucraina, attira un pubblico di migliaia di persone in occasione del lancio dei suoi libri e negli eventi a cui partecipa.

l’autunno inizia con qualcosa di banale

di Ella Yevtushenko, traduzione inglese di Yury Zavadsky

l’autunno inizia con qualcosa di banale: chiavi dimenticate in un’altra città, tosse come monete d’argento in gola, una tazza da tè turca,

monete di rame, acqua nella batteria,

grandine,

Non l’ho sentita, ed è già qui, che fa rannicchiare un gatto randagio, strofinandogli le zampe

lasciando foglie sbiadite sui jeans

solo in una notte così piovosa si può sentire bussare alla porta del balcone, solo in una notte così piovosa la si può aprire

ma chi ci starà dietro dipende se la noce si è addormentata di guardia sotto la finestra, se i pini raggiungeranno l’orlo strappato delle nuvole.

e se il lampo ripete il disegno delle vene sulle tue tempie.

l’autunno inizia con qualcosa di infantile: bussa alla porta e scappa; voglio leggere tutto il giorno a letto; sei avvolto come una mummia, garza umida di nebbia –

e continua con qualcosa di vecchio: non beve alcol, un diamante di freddo pulsa nelle sue ginocchia

e così ancora – ogni volta – e ogni volta questo è il primo argomento di conversazione

come se non ci fosse niente di più importante di questo autunno, bagnato come un mattino sotto una crosta prematuramente sbucciata

ruba tempo alle conversazioni di lavoro, intercetta un’ondata di pettegolezzi, si sdraia con un gatto randagio sul balcone, dove dovrebbero raccogliersi mucchi di segreti.

l’autunno ci spinge verso la cucina e ci fa mettere sul fornello il bollitore

l’autunno inizia con qualcosa di banale, ma cresce velocemente come i figli degli altri

un soldo d’inverno rotolerà dal suo freddo grembo, la neve coprirà noi ormai mummificati, congelati a metà parola

poi nessuno busserà più alla finestra del balcone nel cuore della notte

così  c’è anche il rischio generale di cessare di esistere per un po’

Nata nel 1996, Ella Yevtushenko ha debuttato con una raccolta di grande successo, Lichtung, e ha vinto numerosi concorsi di poesia in Ucraina.

u

di Dmytro Lazutkin,  traduzione inglese di Yury Zavadsky

il cielo è sempre più vicino

quando gli aerei biposto atterrano sull’acqua

nella baia di Vancouver

decine di piccoli bombi di ferro sembrano parlare tra loro:

Ho visto dorsi di balene saltare sull’oceano

Ho tirato fuori lo snowboarder dal crepaccio

Ho parlato con la vela mentre cambiava rotta

solo tu ed io non sappiamo nulla della cosa principale

e degli enormi albatri ci hanno rubato la colazione

mentre ci baciavamo sui pini caduti

scrutando nella baia avvolta nella nebbia

gli uccelli il nostro cibo lo laceravano

perché non è solo pane

respira al rallentatore

non solo patatine fritte…

Tuttavia

liberare l’emozione

potrebbe essere una continuazione della compressione

e un tatuaggio sul collo

Ho cancellato la punta della lingua

e poi abbiamo guardato i giocatori di pallavolo di dicembre

qui l’inverno è mite

quindi sono davvero esuberanti

gettando le giacche sulla sabbia

sono rimasti solo sul template: colori

e ho guardato il rimbalzo di ogni palla

premendoti sempre più stretta

come il sole che abbraccia la coda di una salamandra

come lo sguardo inebriante del pescatore abbraccia le reti asciutte

e i fumatori di marijuana convergevano sui cespugli di magnolia

per respirare respirare respirare

questo gelido oceano in cui tutte le risposte sono appese ai ganci

le nostre domande

questo vento calmo

che spinge le isole più vicino alla riva

e quel cinese serioso ha cercato di fermare il tempo

che filtrava tra i bastoncini

e quelle luci cupe che spingevano i procioni fuori dalle loro tane

e su gentile richiesta di pronunciare correttamente il nome del mio paese

Ho detto:

Bene

impariamo

prima lettera –

(t)U

Dmytro Lazutkin è autore di diverse raccolte di poesie, campione di poetry slam e paroliere. Lavora come cronista sportivo e conduttore televisivo.

L’amore a Kiev

di Natalka Bilotserkivets, traduzione di Andrew Sorokowsky

Più terribile è l’amore a Kiev che

Le magnifiche passioni veneziane. Leggere volano

Le farfalle maculandosi in coni luminosi –

In fiamme le brillanti ali di bruchi morti!

E la primavera ha acceso le candele all’aroma di castagna!

Il gusto tenero del rossetto a buon mercato,

L’audace innocenza delle minigonne,

E queste acconciature, il taglio non è proprio giusto-

Eppure immagine, memoria e segni ci emozionano ancora…

Tragicamente ovvio, come l’ultimo successo.

Morirai qui per il coltello di un farabutto,

La pozza del tuo sangue si allargherà come ruggine all’interno di una

Audi nuova di zecca in un vicolo a Tartarka.

Precipiterai qui da un balcone, il cielo,

Giù a capofitto nella tua piccola sporca Parigi

Vestita della candida camicetta da segretaria.

Non puoi distinguere i matrimoni dalle morti…

Perché l’amore a Kiev è più terribile che le

Idee del Nuovo Comunismo: gli spettri

Emergono nelle notti inebrianti

Fuori dal Monte Calvo, portando in mano

Bandiere rosse e vasi di gerani rossi.

Morirai qui per il coltello di un farabutto,

Precipiterai qui da un balcone, il cielo, dentro

Un’Audi nuova di zecca da un vicolo di Tartarka

Giù a capofitto nella tua piccola sporca Parigi

La macchia del tuo sangue si allargherà come ruggine

Su una candida camicetta da segretaria.

Natalka Bilotserkivets è una poeta, editrice e traduttrice di grande successo. Le sue poesie sono state antologizzate e tradotte in una dozzina di lingue europee.

Non baciarmi sulla fronte come un cadavere

 di Yulia Musakovska , traduzione inglese di Yury Zavadsky

Non baciarmi sulla fronte come un cadavere

diciamo, quasi due volte appassiti, gli occhiali e gli occhi stessi.

Medicine mischiate a dolci, le pagine del libro gialle come la sua pelle.

Versa nel vuoto alcune delle sue preziose storie.

Considero tutti i protagonisti vecchie conoscenze. Ufficiali del KGB accovacciati sullo stesso letto d’ospedale, con lucide scarpe ungheresi -avrebbe anche ucciso per procurarsele. Lo sguardo è beffardo.

Aveva detto, questi Beatles, questo dipartimento di lingue straniere, non ti serviranno a nulla.

Tutto questo è per gli eletti, non per gli orfani, o per i parenti poveri.

E si nascondeva come il formaggio nel burro, silenzioso come un topo.

Gente come te la catturavamo nei vicoli, la sradicavamo

Alle persone rispettabili questo piaceva, era considerata cosa rispettabile.

L’avrebbe fatto per suo figlio. Per una pera da combattimento, per carne viva e calda.

Vedo anche quella donna, la sua bocca storta e luminosa. Le sue

Gambe da ragno, porcellana puntinata, arnesi in metallo.

Un appartamento ammuffito con soffitti troppo alti.

Ma è lui che vedo il più chiaro di tutti: forte, con una chitarra.

Con gli occhi spalancati e i pollici nelle tasche dei jeans.

Con migliaia di pagine memorizzate.

Con un volto aperto al mondo. All’acqua scura e profonda.

Non per una ragazza, non per una disputa –

per il libero scorrazzare delle braccia,

per un’onda alta, anche se non sulla spalla.

Yulia Musakovska è una pluripremiata poetessa residente a Leopoli, autrice di quattro raccolte di poesie e traduttrice di poesie dall’ ucraino in inglese. Lavora nel settore informatico.

Comunicazione

Scritta e tradotta da Yury Zavadsky

Sorprendente come i sentimenti dipendano dalla pressione sanguigna.

L’elettricità nel mio corpo mi impedisce di rimanere fermo.

E, comunque, mi costringo a non muovermi.

Le dita scorrono nervosamente sulla tastiera.

Poi i versi irregolari si trasformano in sogni ad occhi aperti.

I tuoi SMS accompagnano i miei passi.

Non voglio tacere, ma non ho niente da dirti.

Il giorno è perso e nessuna pillola può riportarlo indietro.

Rimane solo una spiacevole stanchezza alla conclusione della giornata.

La notte e il sogno inquietante impossibili da ricordare.

Mi sembra di essere felice

sentendo il tepore della tua vicinanza

e le tue dita tanto vicine.

Oh questi giorni senza radici come le mie poesie

mi riempiono di alcol.

Oggi, l’intera giornata è mattina.

Una nebbia fredda, le sue gocce sospese nell’aria.

Lo spazio autunnale vuoto.

Mi sembra di essere felice accanto a te,

Non mi sono mai sentito così sicuro e calmo.

Esito, però, se tutto sta andando così bene,

poiché questi giorni saranno passati,

Li ricorderò

come i giorni migliori.

– Chiudi gli occhi e rilassati, lo senti?

– È autunno e la malinconia si abbatte su di noi.

– Sono io con la mia crisi temporanea.

Yury Zavaedsky è poeta, traduttore, critico letterario, interprete, artista di rumorismo ed editore.

Ringraziamo vivamente Calvert Journal per la selezione dei testi,  mentre restiamo in attesa di ricevere da loro  il permesso per la traduzione)

il paese delle donne. iL NUOVO BANDO 2022

L’Associazione Il Paese delle donne, attiva come redazione autogestita in “Paese Sera” (1985) e formalizzata nel 1987, promuove e sostiene le politiche autonome e le culture delle donne e s’impegna in un’informazione rispettosa di linguaggi e metodologie di genere, editando in proprio: “il Foglio de Il Paese delle donne”(1987);paesedelledonne-online-rivista(già paesedelledonne-on line);pagina FB Il Paese delle donne; Canale you tube Associazione Paese delle Donne; Premio di scrittura femminile “Il Paese delle donne”(2000).

– partecipe dell’iter costitutivo della Casa internazionale delle Donne (Roma) è socia dell’omonima Aps.

– co-fondatrice dell’Associazione Federativa Femminista Internazionale (Affi) e di Archivia-archivi, biblioteche e centri di documentazione delle donne dove ha un I° fondo dichiarato patrimonio storico dalla Soprintendenza archivistica del Lazio; II° f. c/o Biblioteca dell’Area umanistica dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale (unico lascito femminista in un’Università italiana), con esposta la Mostra1946: il Voto delle donne che ha ricevuto la Medaglia di Merito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella; III° f. c/o Associazione culturale Exosphere (Reggio Emilia).

Associazione senza scopo di lucro è sostenuta dall’impegno gratuito delle Socie, liberalità e iscrizioni al Premio di scrittura femminile “Il Paese delle Donne” per Editi e Tesi di Laurea, aperto a Case editrici, Enti pubblici e privati, Autrici (senza limiti di età, cittadinanza, residenza e titolo di studio).

Ogni sezione esprime 1° e 2° premio e Segnalazioni di merito:

A) Saggistica 1: a. generali e di genere; b. emigrazione e immigrazione.

B) Narrativa: a. romanzi e novelle; b. testi di cantautrici.

C) Tesi di Laurea in lingua italiana o inglese o francese o spagnola, conseguite inUniversità italiane, pubbliche e private (dal 2019); a. Dottorato; b. Master, Scuole di Specializzazione e tesi Magistrali; c.Triennali.

D) Poesia (escluse pubblicazioni in giornali, riviste, social).

E) Arti visive: a. generali e di genere; b. autobiografie e biografie; c. cataloghi individuali; d. cataloghi di collettive e di mostre promosse da enti pubblici e privati.

F) Opere per l’infanzia.

Premio (unico) Redazione “Marina Pivetta”; Premio Speciale (unico) “Franca Fraboni”.

1° e 2° ricevono opere d’artigianato artistico della Cooperativa di promozione Sociale integrata Onlus “Magazzino”.

Recensioni delle opere in graduatoria su “Il Foglio de il Paese delle donne” (cartaceo, inviato a Centri e Biblioteche locali e nazionali); recensioni di alcuni materiali in concorso su “paesedelledonne on line rivista”, sulla pagina FB e sul Canale.

Modalità: Invio entro le h. 24,00 del 22 luglio 2022 a: Maria Paola Fiorensoli, Via San Pellegrino n. 39 – 06132 Perugia (sezioni A, B, D, E, F); Fiorenza Taricone – Via Rifredi n. 48 – 00148 Roma (sezione C).

Spedizione in pacco chiuso: a) una copia cartacea del materiale in concorso; b) busta contenente un foglio con titolo, generalità, indirizzo postale, e-mail, recapito telefonico e la fotocopia del versamento su c/c postale n. 69515005, intestato Associazione il Paese delle donne,causale “Premio 2022”: Case editrici ed Enti € 35,00 (unico versamento per max 3 opere); € 30,00 per singoleAutrici (unico versamento per max 2 opere).

Spedire per posta semplice o piego libri; non si ritirano raccomandate; materiali privi di tutti i requisiti non saranno esaminati; avviso alle premiate e pubblicazione graduatoria su “paesedelledonne on line rivista” entro il 31/10/2022.

Premiazione: sabato 3 dicembre 2022, Casa Internazionale delle donne, Via della Lungara 19, Roma.

Giuria: co-presidenti Maria Paola Fiorensoli e Fiorenza Taricone; Amelia Broccoli, Anna Maria Robustelli, Antonella Bontae, Beatrice Pisa, Consuelo Valenzuela, Donatella Artese De Lollis, Edda Billi, Enrica Manna, Gabriella Gianfelici, Irene Iorno, Patrizia Melluso, Lucilla Ricasoli, Marina Del Vecchio, Maria Teresa Santilli, Monica Grasso.

La Giuria decide con criteri insindacabili, non impugnabili in alcuna sede, sia la graduatoria che il deposito dei materiali in concorso nei suoi tre fondi de Il Paese delle donne c/o l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale; Archivia-Casa internazionale delle donne (Roma); Associazione culturale Exosphere (Reggio Emilia).

Info: Associazione Il Paese delle donne: s.l. Via della Lungara 19, 0165 Roma; C.F. 96096050586

paesedelledonne@libero.it; 334199 3885 (Lun-Ven h. 10-18

Resoconti di futuro. Memorabilia nel sesto giorno dell’anno.

Terzo giorno del nuovo anno.

Una cesta dal diametro vasto piena di litchi, frutto a me sconosciuto, circondava l’elegante area d’ingresso del supermercato. Cercavo delle arance rosse da buon succo. Non le trovavo. Non c’erano.

Son passata oltre la rotonda dell’ospedale e ho gettato lo sguardo sul nuovo cemento prefabbricato preimpiantato a basso impatto emozionale, che ha quasi finito di completare il soffocamento della vecchia area degli ippocastani. Qualche anno fa, per quell’area, due classi della scuola primaria del quartiere avevano composto letterine e disegni a difesa di quel verde e di quello spazio dall’ennesimo centro commerciale di media grandezza a pochi passi da altri due centri commerciali di media grandezza della città (di media grandezza e di un’economia mezza grandiosa che ben presto finiva per impaludarsi nella pestilenza del Covid). Il destinatario delle speranze a forma di disegni di alberi e altalene, era stato il campo dei miracoli comunale . Che in nome della crescita e della produttività aveva seppellito le monete d’oro delle speranze dei bambini e delle bambine spiegando loro e alla collettività, tramite il locale gazzettino ufficiale, il perché e il percòme fosse prioritario radere a zero la chioma degli alberi e sostituirla con quella rigida dei pilastri di calcestruzzo, fari di civiltà commerciali (pre-pandemiche). Un vero scialo di futuro. Perché ho ricordato l’accaduto? Forse per il malumore di non aver trovato le arance rosse da spremere, in pieno gennaio. I litchi non li ho certo presi anche perché per conoscere cosa fossero avrei dovuto consultare lo stregone saccente di Internet, Wikipedia (e “chi se ne frega” dove lo mettete, etc, etc) che le arance non me avrebbe fatte trovare lo stesso.

Sesto giorno del nuovo anno, Epifania di Nostro Signore.

Ho trovato una citazione di Hannah Arendt in un libro sulla decrescita e il sacro. Arendt e la Weil sono letture che danno coraggio. Quando trovo una loro citazione inaspettata, in un contesto inusuale per le mie aspettative di letture, sono felice quasi quanto il trovare in strada una vecchia amica che non vedo da tempo e di cui ho davvero bisogno. Approfondisco la conoscenza teorica di quello che sto leggendo. L’autore, cattedratico francese saccheggiato in tutt’Europa, lanciò negli anni scorsi una sorta di manifesto morale e in uno degli inviti spiegava che: (immagino noi occidentali)“ Abbiamo bisogno di rinunciare a questa folle corsa verso un consumo sempre maggiore. Questo non è necessario soltanto per evitare la distruzione definitiva dell’ambiente terrestre, ma anche e soprattutto per uscire dalla miseria psichica e morale degli esseri umani contemporanei.” E poi la citazione della Arendt e la sua luminosa contestazione ai totalitarismi e fermo la lettura. Un’immagine metafisica di letterine e disegni con pastelloni e pennarelli coi tappi mangiucchiati si incolla agli occhi. A quei bambini che avevano scritto agli alberi e al sindaco, una certa parte di ambiente terrestre l’abbiamo rubato. Mi sento in colpa nonostante non abbia fatto male ad una sola foglia in vita mia. Gli alberi non ci sono più. Dovrei impormi, ci si si potrebbe imporre, di ricordare, per trasformare il buono che rimane in meglio (sono testarda: litchi in arance a impatto zero, ad esempio). Rileggere “La banalità del male” e declinarlo alle responsabilità mai confessate delle accidie e dei menefreghismi quotidiani. Rileggere “La persona e il sacro” e riflettere sulla devastazione fisica e psichica della violenza nelle nostre vite. Leggere i disegni dei bambini. Le immagini parlano sempre. “Reincantare il mondo” con la poesia, i poeti, le poetesse. Prendere tempo. In assonanza di doni epifanici, regalarsi tempo nuovo. Anche come atto apotropaico.

Buon Anno Nuovo.

(MIO PADRE)A volte indossa un vestito di cenere che si dissolve quando cammina. Le poesie del padre. 9° anno.

Da una quarantina d’anni in qua si è detto e scritto moltissimo sul fenomeno della “nuova paternità”, che continua a tenere banco su tutti i media: è il segno di quanto sia effettivo questo cambiamento e di quanto il tema tocchi le corde più sensibili del nostro essere umano. D’altro canto, quale rapporto è così profondo, misterioso, contraddittorio come quello che lega un genitore a un figlio? Più viscerale quello materno, per il vissuto biologico che lega la madre alle sue creature; forse più indotto, più culturale, quello paterno, ma non certo non meno significativo”

Maurizio Quilici, Storia della paternità

POESIE SCELTE (anche tradotte) DEDICATE ALLA FIGURA DEL PADRE. Buona lettura. #andràtuttobene

IL GUARDAROBA DI MIO PADRE

Prima che arrivi la sera comincia la sua toilette.
Ha pigiami di calcare tessuti con i fossili,
una camicia da notte di catacombe dove sgocciolano i suoi sogni.
Ha una vestaglia tessuta con il fumi della benzina,
fra le auto ecologiche e il mormorio dei turisti.
Prova il lungo binario dei completi eleganti.
Si veste dalla cave che hanno costruito Parigi.
Indossa un mantello da cattedrale con gli occhi chimera.
Il suo impermeabile è ricoperto da germogli di gargoiles.
I pantaloni sono vetrate,
proiettano ombre come frutta candita mentre cammina.
La sua cravatta è una metropolitana annodata,
un nodo è una scala mobile, un altro una fontana
con san Michele che combatte Satana.
Una giostrina gira silenziosamente fra le ginocchia
mentre un ragazzino sta cantando su un cavalluccio laccato.
Ha una camicia da facchino d’albergo
e un panciotto di ponti sotto i quali scivolano i “bateaux mouches”.
Viene fuori dalle botole dei locali notturni
con un vestito da sposo di pavimenti che sbuffano vapore nel sole
e su di essi si sposa il mattino.
Ha una giacca di giornali fatti dal soffio del vento
e un spezzato di fumo di sigaretta
con i balconi per tasche. A volte
indossa un vestito di cenere che si dissolve quando cammina.

da Fauverie
di PASCALE PETIT
traduzione di S. Sambiase.

(My Father’s Wardrobe
from Fauverie

In the late afternoon he begins his toilette –
he has limestone pyjamas threaded with fossils,
a nightshirt of catacombs through which his dreams drip.
He has a dressing gown woven with petrol fumes, between
its folds
echo car-horns and the murmur of tourists.
He tries on the long rail of awakening suits.
He dresses from the quarries that built Paris.
He wears a cathedral cloak with chimera eyes.
His raincoat is stuccoed with sprouting gargoyles.
He has trousers that are stained-glass windows,
casting shadows like candied fruit as he walks.
His cravat is a knotted métro train,
one tie is an escalator, another a fountain
with Saint-Michel fighting Satan.
A carousel turns silently between his knees
and in it a boy is singing on a lacquered foal.
He has a shirt of hotel fronts
and a waistcoat of bridges under which bateaux mouches glide.
He emerges from the trapdoors of nightclubs
in a wedding suit of pavements that steam in the sun
and in it he marries the dawn.
He has a jacket made of wind-blown newspapers
and a cocktail suit of cigarette smoke
with balconies for pockets. Sometimes
he wears a suit of ash that scatters when he moves.
(c) Pascal Petit

(c) Nicole Eisenman

***

ANELLI 

(In memoria di mio padre, John Plowright)

Un albero è spesso – o sottile –
spelato, la sua linfa
porta zucchero
alle foglie, nutre
cellule nuove, infonde le radici
di energia

e il cambio –
quasi invisibile –
è come ossigeno per il sangue:
il potere di vita
dell’albero sta in questa
membrana di cellule.

Ricordo
da bambina
mi hai mostrato come leggere
la mente di un albero,
capire i segreti degli anelli –
come increspature

irradianti da pietre di selce
lanciate a pelo d’acqua
che rivelano il dorso di un uomo solo,
l’oscillazione di un braccio –
quiete interna.

Il durame è
centro morto,
lunghezza dell’albero, rigidità;
se l’aria raggiunge
il cuore questo marcisce,
si fa cavo.

Ma nessuno sa
come piega
il suo cuore morto
per arrivare alla luce
o perché trivellare in cerca di versi
è riempire le cavità.

Pubblicata in Making Worlds (Headland, 2003), a cura di Myra Schneider e Dilys Wood; Prefazione di Anne Stevenson.

(Traduzione di Silvia Pio)

LUCY HAMILTON

***

L’ UGUAGLIANZA PADRE !

L’uguaglianza padre ! il tuo sogno s’è avverato
ti intravedo ti vedo ancora camminando
accanto a Roth il possidente che ci negò
un po’ di ricotta per le feste,
Klein il calzolaio che a credito non risuolò
le tue uniche scarpe, Goldberg il macellaio
con la barba da capra tagliata che ti trascinò
in tribunale quando vendevi carne senza licenza,
Stein il maestro che ci diede lezione di ebraicao
in attesa di un compenso divino ci dirigeva
come un direttore d’orchestra indemoniato
rompendo dozzine di bacchette sulle nostre teste
figli tuoi in ebraico analfabeti destinati all’inferno.
Et tu, il più povero, il più riconoscibile
da quelle natiche magre ! Il più agile, più
sfruttabile per lavori forzati.
Avanti padre ! Sei collaudato a ogni evenienza
armato di esperienza
conosci la prima linea, i fucili, le trincee
anche la lotta quotidiana in tempi di abbondanza.
Conosci la prigionia, l’asse dura della cella buia
dove ti spidocchiavi, ti leccavi le ferite,
srotolavi le cicche.
Conosci il sapore del sangue nella bocca
per un dente guasto
per il pugno di un gendarme
par la pallottola
nel difendere la patria, ostinandoti a crederla tua.
Conosci la morte in agguato
la meschinità degli uomini
il gioco dei potenti
lo sfruttamento dei padroni.
Conosci tutta la scala dell’umiliazone
le strade oscure con l’ombre minacciose
con i lupi famelici i cavalli imbizzarriti
in notti insonni nei tuoi viaggi solitari
nell’illusione di affari
fallimentari,
le promesse non mantenute
eccetto l’ira di Jehova !
Avanti padre conosci le marce
il gelo la fame ! Su la testa !
non devi più nasconderti dai creditori
sono lì tutti nudi !
Ah, ti volti ? Non mi riconosci,
sono cresciuta ho i seni duri
una peluria tenera pura
come aveva la mamma quando te la portarono
in sposa. Prendimi padre !
Ti darò piacere non figli,
amore non doveri,
amore non rimproveri,
amore da te sconosciuto
da me immaginato, corri
è tempo d’Apocalisse !
Commettiamo un peccato mortale
per meritare la morte.

 

EDITH BRUCK

(c) Nicole Eisenman

***

BAMBINA E PADRE

Mi sforzavo a più mani

nel compimento di azioni spiacevoli

da assumere in assonanza

con ordine controllato eloquio

manifestazioni di appartenenza

al suo ceppo

Capii di essere un’attrice

altri giorni mi inceppavo

urlavo in spigoli disseminati

mi scorticavo le articolazioni

Non mi rammentavo i comandi

finii col pisciarmi addosso

per il terrore di un tempo illimitato

in quel pomeriggio.

FRANCESCA ELEONORA CAPIZZI

***

L’ORA DEL LUPO 

Non so perché i treni che vanno
mi trattengono come la vita senza di te,
convinto che faranno marcia indietro,
che sull’altro binario fischieranno
da una piccola sommità
e a filo d’occhio freneranno
per i passeggeri, sagome sguscianti
scese dal predellino
facendo luce opalescente sulla pensilina.
Papà tenderà la mano
nel passo calmo, un po’ infreddolito
e sbracciando dirà che c’è, che è tornato.
Sono pensieri taciuti, assurdi,
che fanno compagnia nell’ora del lupo

ALESSANDRO MOSCE’

(c) Nicole Eisenman

LE POESIE DEDICATE AL PADRE NEL BLOG :

https://golemfemmina.wordpress.com/2019/03/18/poesie-del-padre-padre-alza-la-testa-e-guarda-i-cipressi/
https://golemfemmina.wordpress.com/2017/03/16/padre-albero-e-radice-cinque-poesia-di-elina-miticocchio-dedicate-alla-figura-paterna/
https://golemfemmina.wordpress.com/2016/01/03/i/
https://golemfemmina.wordpress.com/2015/06/18/poesie-del-padre-lunico-uomo-che-mi-ha-amato-dal-primo-respiro-di-placenta/
https://golemfemmina.wordpress.com/2015/03/18/poesie-del-padre-di-padre-sattende-lattesa/
https://golemfemmina.wordpress.com/2013/02/02/mio-padre-si-e-mosso-attraverso-destini-damore-da-wsf-2/
https://golemfemmina.wordpress.com/2014/02/06/poesie-per-un-padre-ne-muta-ne-si-allontana/
https://golemfemmina.wordpress.com/2014/03/19/poesie-per-un-padre-e-solo-dopo-che-ho-fatto-pace/
https://golemfemmina.wordpress.com/2014/11/08/poesie-del-padre-e-con-saggezza-mi-ha-allevato/
https://golemfemmina.wordpress.com/2012/11/01/poesie-del-padre-da-wsf/

BORIS E MARINA. “L’amore di carta” fra Pasternak e Cvetaeva. Da un racconto di Barbara Alberti

Boris Pasternak e Marina Cvetaeva. Il celebre poeta e narratore moscovita si innamora follemente della spigolosa ed immensa poetessa, sua concittadina, quando ne legge i versi. Intorno a loro, gli anni a cavallo fra le due guerre mondiali dello scorso secolo, che travolsero e modificarono per sempre la storia della Russia. La giornalista Barbara Alberti, nelle pagine glamour di un settimanale femminile, sceglie per una delle sue “storie intramontabili di amore e di letto” la vicenda dei due maggiori poeti russi dello scorso secolo come materiale per un  racconto d’amore, uno sfondo in rosa nella tragicità  della loro vita, costellata di povertà e isolamento dalla comunità letteraria. Nonostante la grandezza della loro ispirazione narrativa e poetica, Boris non riuscì mai a ricevere il premio del Nobel per il suo unico grande romanzo, “il dottor Zivago” e morì in povertà, mentre Marina, dopo aver perso marito e figlio uccisi dalla polizia segreta e visto la figlia costretta al confino, si suicidò e il suo corpo fu sepolto in una fossa comune. Alberti descrive la poetessa come “la regina delle cause perse. Essere sola contro tutti era la sua passione – chiosa nell’articolo -. Prima della rivoluzione del 1917 (Marina) disprezzava lo zar ma quando fu imprigionato lo esaltò in un poema che lesse in una riunione di poeti bolscevichi, vestita da soldato dell’esercito controrivoluzionario. Sapeva bene che ciò avrebbe fatto di lei un’emarginata, era la sua gloria. Patì gli oltraggi e la fame, finché espatriò. A Parigi era sospettata perino agli altri immigré. Anche Boris Pasternak la disprezzava, senza conoscere i suoi versi. Ma un giorno li lesse. E se ne innamorò alla follia. Cominciò con lei una corrispondenza appassionata. Lui voleva lasciare Russia e famiglia per raggiungerla, ma lei si spaventò. Non voleva lasciare il marito, tradito dal primo giorno, ma vittima indispensabile, e fermò Boris con mille ragioni, meno quella vera: che era un amore di carte e tale doveva restare. Lui, frenato nel gesto alla Anna Karenina, si sfogava proclamando con tutti che nessuno era all’altezza della sua poesia. Intanto Marina è povera, invisa ai bianchi, ai rossi, ai francesi e ai suoi stessi amici. Boris insiste, insiste, e riesce a incontrarla finalmente. Ma sono due estranei. Non hanno niente da dirsi, se non per lettera. Lei lo definì un non-incontro. Nel 1941, Marina tornò in Russia. Marito e figlio furono uccisi dai servizi. Lei implorò un lavoro da lavapiatti, le fu negato. Pasternak rifiutò di aiutarla, per non dare un dispiacere a sua moglie. Marina si impiccò. Aveva 49 anni. La sua poesia resta ineguagliata, come il suo orgoglio”.

 

Tre poesie di Marina Cvetaeva

tradotte da Paolo Statuti
per Exosphere Plaquettes

*

Con gli occhi rivolti a terra

Vai, a me somigliante.

Anch’io li ho abbassati!

Fermati, o viandante!

 

Leggi – un mazzetto di viole

E papaveri spiccato –

Che mi chiamavo Marina

E quanti anni m’han donato.

 

Non pensare – qui c’è una tomba,

E ch’io possa apparirti, adesso…

Io stessa troppo amavo

Ridere se non è permesso!

 

E il sangue scorreva in me,

I miei ricci eran ghirlande…

Viandante, anch’io ero!

Oh, fermati un istante!

 

Cogli un selvatico rametto

Di rosse bacche per te, –

Della fragola di cimitero

Una più dolce non c’è.

 

 

Non tenere la testa china,

Lascia il tuo cupo pensiero.

A cuor leggero pensami,

Dimenticami a cuor leggero.

 

Sei tutto inondato di luce!

Sei in una polvere d’oro…

– Oh, che non turbi il tuo cuore

La mia voce dal sottosuolo.

 

Koktebel’, 3 maggio 1913

 

 

*  *  *

Più capiente d’un organo e più sonoro d’un tamburo

Di’ – una volta per sempre:

“Oh” – quando va a stento, “ah” – quando va a meraviglia,

“Eh” – quando non si riesce!

Ah dall’empireo e oh dal campo arato

E ammetti, o poeta,

Che oltre a questi ah, oh,

Nella musa altro non trovi.

La più satura rima

Dell’intimo, il tono più basso.

Così – davanti a Sulamite che arrossiva

Ah! Esclamò Salomone.

Ah – il cuore che si spezza,

La sillaba nella quale si muore.

Ah – il sipario d’un tratto calato,

Oh – un collare da tiro.

Cercatore di parole, drudo verbale,

Scoperto rubinetto di parole!

Eh, sentissi una volta almeno –

Che ah di notte da un bivacco polovesiano!

E s’è piegato, è balzato come belva,

Nei muschi, in una pelliccia sonora…

Ah – è un intero campo gitano!

E con la luna in alto!

Ecco un puledro che mostra i denti a modo suo,

Nitrisce, pregustando la corsa.

Ecco, s’imbatte in un teschio di cavallo,

E ordina Olèg un canto

A Puškin! E – ardendo nel volo – 

Nelle eroiche tenebre –

Inarrestabili esclamazioni della carne:

Oh! Eh! Ah!

23 dicembre 1924

*  *  *

Tu ed io da nessuna parte siamo andati –

Son divenuti penuria tutti i mari!

Chi possiede un pugnetto di denari –

Un oceano non potrà mai comprare!

 

L’eterno cibo asciutto della povertà!

L’estate, come crosta, stringere si dovrà!

Il mare in secca s’è mutato:

La nostra estate – altri hanno ingoiato!

 

Per chi scoppia di grasso: il grasso è “l’orpello”,

E non solo il burro mangia, ma anche il cervello

Nostro – nei poemi, sonate, nei cieli grigi:

Cannibali nelle mode di Parigi!

 

Voi che ci gustate: un franco per l’ingresso.

Oh, mostro, come con acqua da toilette adesso

La bocca sciacqui – con un canto eterno!

Siate maledetti – per tutto il mio disonore:

 

Stringervi la mano, quando il pugno prude, –

Con le cinque dita e i cinque sensi pure –

A ricordo del buon sentimento –

Sulla vostra faccia un autografo metto!

 

Parigi 1932 – 1935

Indizi

Come se avessi portato un macigno –

Dolore in tutto il corpo!

Io l’amore lo riconosco dal dolore

Per tutto il corpo.

 

Come se in me un campo avessero sezionato

Per qualunque temporale.

Io l’amore lo riconosco dalla lontananza

Di tutti e di tutto qui vicino.

 

Come se una tana in me avessero scavato

Fino al fondo, dov’è la pece.

Io l’amore lo riconosco dalla vena

Che geme per tutto il corpo.

 

Da una corrente d’aria come da una criniera

Sono stata avvolta, o barbaro unno:

Io l’amore lo riconosco dalla rottura

Delle corde più fedeli 

 

Della gola, – dei meandri della gola

Dopo una risata, un vivido sol.

Io l’amore lo riconosco dalla glottide,

No! – dal trillo

Per tutto il corpo!

 

riferimenti biografici in rete

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/marina-cvetaeva/

http://www.barbaraalberti.it

https://musashop.wordpress.com 

https://exospherepoesiarteventi.com/plaquettes/

 

POESIE DI INNAMORAMENTI E AMORE. Il legame di attaccamento delle parole d’amore

“Quello che chiamiamo amore sia, in realtà, un lungo processo che possiamo definire “processo di attaccamento”, il quale prevede che un rapporto di coppia si formi e si costruisca attraverso trasformazioni continue, che tuttavia possono essere ricondotte a vere e proprie tappe, caratterizzate, ognuna, dal coinvolgimento di aree cerebrali specifiche e da reazioni chimiche diverse.
Si individua un partner, si prova attrazione, poi scattano i meccanismi dell’innamoramento, in seguito la persona prescelta diventa l’oggetto di un amore profondo, che infine si concretizza in un legame fortissimo, detto “legame di attaccamento”
Da Il cervello in amore – le donne e gli uomini ai tempi delle neuroscienza, di Grazia Attili.

I meccanismi dell’innamoramento sono indagini che si affrontano  in luoghi d’incontro complicati. La poesia è uno di quei luoghi. Il tempo dell’indagine è tecnologia antica, risale ai primi turbamenti degli uomini e delle donne. I testi scelti per la lettura sono ordinati e imprevedibili, scritti dalla cronologia ufficiale dei ricordi dell’autrice della cernita. Chi vuole, può aggiungerne o sottrarne. L’innamoramento e l’amore si guadagnano sempre attenzione.

*

Ulrike Draesner

IL CORAGGIO DI APRIRSI AD UNA RELAZIONE

Di notte il braccio      stretto e silenzioso
la mattina nude in poltrona      piena di peli di cane
le cosce sottili la pancetta che trascinano
Il coso
con un il libro di Proust
Improvvisamente un acquazzone

non so cosa valga
sapere nella credenza     la coppa spessa
i vetri strabelli    rosso gigante
allucinanti

nella luce fosca del mattino
l’odore della chimera.

TESSUTO CONNETTIVO
(poesia matrimoniale)

questo formicolio nella gamba questo desiderio
che né semina né raccoglie soltanto ubbidisce
che aderisce a sé stesso si crea completamente
come credente come assoluto, genu-
flessione grammaticale. lì
di tanto in tanto ci stendiamo ma solo i
giovani rapiti cuocenti nel loro brodo
sanno tracciare la lettera iniziale della
verità: un sorriso, inaspettato.
sono senza preoccupazioni lì sul ginocchio
che di notte parla con il materasso e
dice questa è la mia età il mio osso il mio
scudo di difesa sei tu. non ci si
storce, si passa. si tocca e lì
la fine è calda come una stazione
di notti gonne e pantaloni portati
da tanto lontano. lì mormora qualcosa
come amore, a volte un “pertanto” è un
“davanti“, trattenuto. dietro dove il
treno parte l’avvenire degli altri si
riapre – qui però stiamo insieme
su ginocchia nel sogno qui non ci tocca
(niente). una rondine non faceva
primavera? ah, serenamente si alza
il tetto sopra la stazione.

un grazie a
rené char, crible

(traduzione di Thresia Prammer)

*

Jacques Prevért

ALICANTE

Un’arancia sulla tavola
il tuo vestito sul tappeto
E nel mio letto tu
Dolce presenza del presente
Freschezza della notte
Calore della mia vita

A CHE PENSAVI?

Prima vestita poi rivestita
a che pensavi
svestita

Lasciavo il mio visone al guardaroba
e andavamo nel deserto
Vivevamo d’amore e d’acqua fresca
Ci amavamo in povertà
Mangiavamo i nostri panni sporchi in carestia
e sulla tovaglia di sabbia nera tintinnavano
le stoviglie del sole
Ci amavamo in povertà
vivevamo d’amore e d’acqua fresca
io ero la tua nuda proprietà

*

Jolanda Insana

da DE AMORE

Ci sono amori che sono carriattrezzi e corrono a riapre i guasti sulla strada. Alti sono mezzi di rimozione. Altri ancora sfasciacarrozze.

Quando si spegne il neon, il colore dell’amante torna naturale.

L’amore è un bel porcino, e se uno si prende la cappella, all’altro resta il gambo.

Quando la casa è vuota, l’amante che bussa alla sua porta, percosso e inseguito dal rimbombo scappa.

L’innamorato se scrive, scrive sempre le stesse lettere, e le parole sono eguali. Nuovo è soltanto il nome.

Amore quando dispare si porta via ogni seme e nessun amante crede che possa germogliare nuova pianta.

Amore quando muore posta in pieno tutte le sue parti.

Ci sono amori che appassiscono alla luce del sole e amori che germinano al buio come agli.

Ci sono amori che si afflosciano alle prime gocce e amori che crescono sotto le burrasche.

*

Hallih Jinhall Is-Shab

LASCIA SCIOGLIERE LE NUVOLE

Lascia che le nuvole si sciolgano
come cera calda
su terreno estivo scottante.
Quando il cielo sarà puro
ridiventando un’estate azzurrità,
ti accorgerai che noi due
abbiamo il nostro nome qua
inciso, estate eterna.

Perché non vuoi partire
in cerca dei nostri due nomi
tra le tombe degli dei che ci precedettero?

Tu sai che noi siamo dei
e che la sofferenza è senza fine.
Se dalle labbra
dovrà sortire un gemito, l’ultimo,
si squarcerà all’improvviso il cielo.

Perciò
lascia che le nuvole si sciolgano
come cera calda
sul terreno estivo scottante.
Eterna è questa stagione.

(traduzione di Bruno Rombi)

*

Lalla Romano

AMORE

Se negli occhi mi guardi, non ascolto
le tue parole;
altre parole dicono i tuoi occhi,
anzi una sola:
la più dolce, la sola che intendo.
Ma pur la temo:
ché se poi taci, ancora chieggo parole.

AMORE ARMATO

E’ ben vero che armato è Amore, e suole
appiattarsi e colpire.
Se all’improvviso
l’amato incontro per la via, non vale
dimestichezza antica:
Amore incocca
e il suo dardo invisibile mi scaglia.

Uno spasimo breve e un subitaneo
languore allora mi coglie;
un caldo fiorito
m’inonda, che sgorgò dalla ferita.
Ma questa è la gioia:
e il mio segreto male
Amore stesso medica e risana.

Legge di Bilancio 2020. Le misure di genere negli articoli del documento economico legislativo.

L’anno è appena cominciato. Con quasi mille articoli di indicazioni e norme per definire un triennio di visione del percorso economico del Paese, è stato licenziato il Bilancio di previsione economica dello Stato. Dentro il lungo documento legislativo, con la lente d’ingrandimento fra gli  articoli, si vanno a cercare e trovare negli obiettivi, le misure a favore del genere. E, ancor più d’inciso, vista la natura della legge, le risorse stanziate a favore di quelle misure. Le indicazioni ci sono? Si, ci sono. I soldi anche. Ma non moltissimi. Mentre per fortificare il cambiamento delle opportunità socio-economiche delle donne e dei giovani le risorse da mettere nel portafogli del Paese dovrebbero invece traboccare. Per invertire, finalmente, quella (tacita?) tendenza al proclama e alla misura d’emergenza che ha il fiato corto del fuoco di paglia, che riscalda poco e non protegge dall’inverno; quella tendenza alla “folk politics” insomma, che negli ultimi tempi ha regnato in lungo e largo nella nazione. Poiché l’esigenza di valutare e richiedere misure economiche costanti, strutturali e mirate ad obiettivi di lungo termine e respiro per le pari opportunità non è una visione d’antan, ma la coniugazione di improcastinabili futuri sostenibili e universalisti, così come impone l’ obiettivo numero cinque dell’Agenda 2030, che rimarca le linee guida di una diversa ed etica organizzazione delle società. Nel cuore dell’obiettivo dell’Onu c’è il dovere per gli stati di mettere in moto tutte le misure per “garantire alle donne e alle ragazze parità di accesso all’istruzione, alle cure mediche, a un lavoro dignitoso, così come la rappresentanza nei processi decisionali, politici ed economici, promuoverà economie sostenibili, di cui potranno beneficiare le società e l’umanità intera “. L’umanità intera di un proclama ecumenico. Utopico. Decennale. Basterà?

L’azione si sposta agli atti operativi per la realizzazione di questa società pacificata nel nostro Paese. Nella lettura di quali e quanti articoli di questo  documento di bilancio nazionale siano dedicati alle pari dignità.
Quali visioni, quali opportunità, quali strumenti economici, etc.
Saltano agli occhi,  ad esempio, in termini di incisività, i fondi stanziati per incrementare le università a “provvedere ad inserire nella propria offerta formativa corsi di studi di genere o a potenziare i corsi di studi di genere già esistenti” (art. 354) incrementandoli con un milione di euro per tutto il territorio nazionale.
Ci si chiede se la libertà concettuale del provvedimento sia dovuto nel rispetto dell’autonomia universitaria o da un mancato confronto con il magmatico fluire dei valori del gender? Che sia essa stessa valore quella relatività del fondo destinato ad incrementare i corsi di studi di genere negli atenei,  talmente vaga e generica da lasciare spazio ad ogni tipo di interpretazione arbitraria nella problematica tematica e metodologica dei progetti di ricerca che accederanno ai fondi. In quali campi le “educazioni alle differenze di genere” dovranno essere rilevate (o coltivate o inventate)  per portare il Paese fuori da quelle posizioni da fanalino di coda nelle statistiche internazionali sul rispetto del Gender Pay, ad esempio?
Quale scelte metodologiche devono essere operate (se non parzialmente ricostruite) all’interno della diffusione della cultura generale, ed ancora nella cultura femminista della letteratura ed ancor più in generale sulla scrittura femminile? Come si intendono tradurre gli “studi di genere”? Come si intende costruire un percorso qualitativo di ricerche di genere negli studi universitari? Quali saranno le visioni, le storicizzazioni, le misurazioni e quali le piattaforme di strumenti culturali da mettere in ogni campo della conoscenza che un ateneo deve progettare ed operare? E’ questa un’operazione economica di respiro “orizzontale”? A pochi articoli di seguito, si legge che si destina una cifra quasi analoga a quella stanziata per gli atenei al Ministero della salute per promuovere campagne di informazione e sensibilizzazione per gli animali di affezione (Art. 453). Affezioniamoci al genere e ai cani, qualcosa di buono ne verrà fuori, siamo un paese buonista.

In agricoltura, settore d’eccellenza, hanno le idee più chiare. All’art. 504, al fine di favorire lo sviluppo dell’imprenditoria femminile in questo campo, sono definiti i criteri e le modalità per la concessione di mutui a tasso zero in favore di iniziative finalizzate allo sviluppo o al consolidamento di aziende agricole condotte da imprenditrici attraverso investimenti nel settore agricolo e in quello della trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli.

Continuando la lettura  della legge di Bilancio in ottica di genere, si trova nell’articolo 181, un esonero del versamento del cento per cento dei contributi previdenziali ed assistenziali, con l’esclusione di quelli infortunistici, entro un limite massimo di 8000 euro all’anno per le società sportive che “stipulano con atlete contratti di lavoro sportive”. Un sospiro di sollievo almeno fino al 2022 per tutte le professioniste dello sport che da anni portano in alto i nostri medaglieri alle competizioni internazionali. Almeno per questo triennio.  Che potrà vederle (nei limiti massimi di 8000 euro all’anno di sgravi) comparate remunerativamente ai loro colleghi uomini. Spostando la competizione dai campi della previdenza sociale a quella delle attività agonistiche, come dovrebbe essere già fatto fin dal licenziamento della nostra Costituzione.

Rifinanziato all’art. 353, il “piano straordinario contro la violenza sessuale”, incrementato di 4 milioni di euro (fondo da ripartire su tutto il territorio nazionale) per gli anni 2020\2022. Poco più giù, agli articoli che vanno dal numero 486 al numero 489, viene messo nero su bianco la “non responsabilità economica” dei figli e delle figlie rese orfani da femminicidi. Si stabilisce infatti che: “Per il triennio 2020-2022, i crediti vantati dallo Stato nei confronti degli autori di un delitto di omicidio, sorti in conseguenza della commissione del reato medesimo, commesso contro il coniuge, anche legalmente separato, contro l’altra parte dell’unione civile o contro la persona stabilmente convivente con il colpevole ovvero ad esso legata da relazione affettiva non sono imputabili ai beni ereditari trasmessi ai figli minori, ovvero maggiorenni non economicamente autosufficienti, nati dalle predette relazioni, purché estranei alla condotta delittuosa”. Si chiude così un paradosso nazionale che vedeva i figli resi orfani della propria madre da un padre omicida, costretti a pagare per lui. Un percorso ad alto spargimento di ostacoli, quello dei femminicidi, in cui i traguardi sembrano irraggiungibili, va scritto per dovere, non solo nel nostro Paese, a riprova che la misoginia è una disgrazia che ha occupato tutta la terra emersa. Che gli articoli di questa legge possano essere un efficace antidoto a questa malattia, lo si peserà più avanti nel suo cammino. L’anno è appena cominciato.

 

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2019/12/30/19G00165/sg

Natale. Cosa ti serve per restare al caldo. La traduzione della poesia di Neil Gaiman per l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati

Nel mese di novembre, Neil Gaiman, autore di successi letterari quali Cose fragiliGood Omen , American Gods e il fortunato ciclo di fumetti Sandmam, chiese ai suoi followers di Twitter di lasciargli dei messaggi su cosa ricordasse loro la parola “calore”.
L’autore si aspettava di ricevere un centinaio di messaggi, per lo più corte descrizioni o singoli aggettivi. Invece, quasi immediatamente, ricevette migliaia di risposte, fino a raggiungere circa 25.000 parole. Il lavoro su questo abbondante materiale è diventato, nei giorni scorsi,  la poesia, “What you Need to Be Worm”, che  ha segnato l’inizio della raccolta fondi dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati per l’assistenza invernale di emergenza.

COSA TI SERVE PER RESTARE AL CALDO.

di  (c) Neil Gaiman

Una calda patata farcita in una notte d’inverno che avvolga le tue mani o che bruci la tua bocca.

Una coperta fatta a mano dalle abili dita di tua madre. O di tua nonna.

Un sorriso, un tocco, un incoraggiamento, mentre cammini nella neve 

o vi ritorni, la punta delle tue orecchie ti punge, rosa e gelata. 

Il tic toc tic del fruscio del termosifone di una vecchia casa.

In un letto,  rintanato sotto coperte e  piumone, l’arrivo dei sogni

e il tuo stato cambia così, dal freddo al caldo,

ed è tutto quello che importa, e tu pensi:

Ancora solo un minuto di questa beatitudine prima che il freddo mi ricada sulla faccia.  Ancora solo uno.

Dove dormivamo da bambini, quei luoghi, nella nostra memoria danno ancora calore.

Ci viaggiamo da dentro a fuori.  Nelle fiamme arancioni del camino

o  nel legno che brucia nella stufa. Il fiato sulla finestra appannata di ghiaccio

si raschia con un dito, si scioglie con la mano.

La terra ghiacciata dalle ombre,  ci attende. 

Mettersi una sciarpa. Indossare un cappotto. Indossare un maglione. Indossare calzini. Indossare guanti pesanti. 

Una bambina che dorme. Le capriole dei cani, una cucciolata di gatti e gattini. Vieni, accomodati dentro. Sei al sicuro.

La teiera bolle sui fornelli. La tua famiglia, i tuoi amici sono qui. E sorridono.

Cioccolato bollente o cioccolatini, te o caffé, zuppa o liquore speziato, quello che più vuoi.

Il caldo è uno scambio, te lo porgono, tu prendi la tazza

e il gelo comincia a sciogliersi. Mentre fuori, per qualcun altro di noi, il viaggio sta iniziando

come cominciò il nostro; andar via, dalla casa paterna, 

dai luoghi che ci videro bambini:  e cambiare il nostro stato, cambiare e cambiare, 

inciampando in un deserto pietroso o sfidando acque profonde,

mentre il cibo e gli amici, la casa, il letto, perfino una coperta diviene memoria lontana. 

Ma a volte, basta solo uno sconosciuto in un luogo al buio,

che stenda una sciarpa su di noi, che offra una parola gentile, che dica 

che abbiamo il diritto di essere qui, di restare al caldo nella più fredda delle stagioni. 

Tu hai il diritto di stare qui. 

traduzione di S. Sambiase

https://www.thefussylibrarian.com/newswire/for-readers/2019/12/11/read-neil-gaimans-latest-poem-what-you-need-to-be-warm;

What You Need to be Warm

by Neil Gaiman
A baked potato of a winter’s night to wrap your hands around or burn your mouth.
A blanket knitted by your mother’s cunning fingers. Or your grandmother’s.
A smile, a touch, trust, as you walk in from the snow
or return to it, the tips of your ears pricked pink and frozen.
The tink tink tink of iron radiators waking in an old house.
To surface from dreams in a bed, burrowed beneath blankets and comforters,
the change of state from cold to warm is all that matters, and you think
just one more minute snuggled here before you face the chill. Just one.
Places we slept as children: they warm us in the memory.
We travel to an inside from the outside. To the orange flames of the fireplace
or the wood burning in the stove. Breath-ice on the inside of windows,
to be scratched off with a fingernail, melted with a whole hand.
Frost on the ground that stays in the shadows, waiting for us.
Wear a scarf. Wear a coat. Wear a sweater. Wear socks. Wear thick gloves.
An infant as she sleeps between us. A tumble of dogs,
a kindle of cats and kittens. Come inside. You’re safe now.
A kettle boiling at the stove. Your family or friends are there. They smile.
Cocoa or chocolate, tea or coffee, soup or toddy, what you know you need.
A heat exchange, they give it to you, you take the mug
and start to thaw. While outside, for some of us, the journey began
as we walked away from our grandparents’ houses
away from the places we knew as children: changes of state and state and state,
to stumble across a stony desert, or to brave the deep waters,
while food and friends, home, a bed, even a blanket become just memories.
Sometimes it only takes a stranger, in a dark place,
to hold out a badly knitted scarf, to offer a kind word, to say
we have the right to be here, to make us warm in the coldest season.
You have the right to be here.

25 novembre. Poesie di donne ammazzate. Cinque sonetti di Adriana Ferrarini dalla plaquette “I sonetti delle donne perdute”

poesie contro la violenza sulle donne

“I sonetti delle donne perdute” è un’esile plaquette, dalla copertina azzurra, rilegata a mano con un filo perlato. Nei suoi fogli, ballate dolorose raccontano le storie di donne ormai fantasmi al mondo , la cui  ha ultima dimora affettiva fu lasciata alla commozione della loro  foto sorridente su un giornale nazionale,  con accanto un numero assegnato in progressione:nono, quindicesimo, trentesimo, quarantacinquesimo femminicidio dell’ultimo anno che le ha viste in vita. Adriana Ferrarini è l’autrice dei Sonetti. Corifera addolorata,  muove le voci delle morte ammazzate dalla violenza degli uomini, permettendo attraverso i versi che ogni voce di quel coro di ombre possa presentarsi ancora sulla Terra, raccontandone il suo ultimo giorno, la sua scomparsa, il suo carnefice. La Ferrarini ha incrociato lo sguardo delle morte e ne ha fatto carne poetica. Ogni pagina è una ballata, un racconto,  un’emozione, nonostante l’orrore del lutto che porta in seno; ed ogni voce di quelle donne che si chiamavano un tempo Hina, Anna Rosa, Chiar, Debora, Olayemi, si trasferisce in un sonetto che le tiene, in intensità e bellezza, un’ultima volta ancora in vita, nella trasfigurazione della poesia.

A pochi giorni dalle celebrazioni della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, sarà  la poesia, in questo piccolo blog, a passare il testimone della negazione e resistenza civile contro la violenza di genere.

Da I SONETTI DELLE DONNE PERDUTE
di Adriana Ferrarini

*

Hina S. 20 anni
11 agosto 2006, Zanano di Sarezzo

Piangete stelle del cielo, piangete
fiori di campo, e voi, onde del mare
giorno e notte piangete fino a lavare
con le lacrime il sangue che, vedete,

dal mio corpo zampilla, senza quiete.
Piangete insieme a me per cancellare
l’ombra di un padre assassino e ridare
al mondo pace e bellezza, se potete.

Erano in quattro: mio padre, lo zio
e con loro i mariti delle mie sorelle
ad attendermi al varco giù nell’orto.

Sei coltellate perché ero ribelle,
nove perché infedele al loro dio,
delle altre ho perso il conto e non sol il torto.

*

Laura F., 36 anni
24 aprile 2008. Sedico

No. non è una collana di corallo
quella che ho attorno al collo, sul cuscino,
e non è un papavero né un ciclamino
quel rosso sul lenzuolo di sangallo.

Dormivo e sognavo di essere a un ballo
quella notte che con un coltellino
mio marito divenne il mio assassino,
appena prima del canto del gallo.

Aveva grossi debiti di gioco
e per disperazione m’ha ammazzato
non sapendo più cosa e come fare.

Poi nel laghetto del Mis si è gettato.
Un giorno freddo con un sole fioco
tra le acque cupe l’han visto affiorare.

*

Chiara B., 34 anni
8 luglio 2011, Carbonara

Azzurro il cielo, il mare uno splendore
quel giorno andavo al lavoro cantando,
quando lo vidi. Mi stava aspettando,
come un’anatra in volo il cacciatore.

Mi prese allora un profondo terrore,
tentai la fuga, cadendo, inciampando
ma lui rideva, i miei giorni straziando
in un abisso di rabbia e furore.

La mia colpa fu aver con lui chattato
per questo l’assassino da Piacenza
raggiunse Bari e mi braccò al mattino

armato di una spranga e pazienza.
Io lieta andavo incontro al mio destino
e lui nel sangue il mio volo ha fermato.

*

Ofelia B, di 28 anni
8 marzo 2014, Gualdo Tadino

Non c’era salice, né viole e rose
sullo specchio delle acque, né un boschetto
non c’erano ruscello né laghetto
e io non avevo il velo delle spose.

C’erano solo lenzuola odorose
di camera d’albergo, un rubinetto,
un lavandino l’abat-jour, il letto
e un bicchiere con dentro le mimose.

Poi c’era la sua rabbia e un coltello
e il sangue rosso come una camelia
intorno a me per terra s’allargava.

Non c’era nulla di poetico e bello
in quella camera che s’oscurava,
solo il mio nome, solo Ofelia.

*

Lenuta L., 31 anni
2 gennaio 2011, Ostellato

Buie fredde amare acque dove il mio
bel corpo fu gettato in pasto a trote
anguille e carpe e il tonfo ancora scuote
il cuore di una notte senza dio.

Gridò la nera terra dell’oblio
gridò il dolore in stridule note
e gridò il cielo delle stelle vuote.
Gridai aiuto, senza voce, io.

O buie fredde avare strade dove
il mio bel corpo davo in pasto a squali
e lenoni e perversi e alcolizzati,

Io, Madonna rumena di sfigati,
puttana ferrarese lungo i viali,
anima persa in un oscuro altrove.