DONNE MIGRANTI E PRATICA DI SCRITTURA: NUOVO APPUNTAMENTO CON EXOSPERE ON LINE.

dalla prefazione di

Un posto nel mondo

Donne migranti e pratica di scrittura

… Ad accomunare le persone intervistate sono l’appartenenza di genere, l’esperienza migratoria e il fatto di avere pubblicato in italiano. Per il resto le differenze sono molte. Le scrittrici intervistate provengono da Somalia, Eritrea, Tunisia, Albania, ex Jugoslavia, Russia, Georgia, Romania, Mozambico, Egitto, India, Argentina e Brasile. E si sono spostate per motivi differenti: studio, lavoro, amori, fughe da situazioni collettive insostenibili, guerre. Le donne intervistate non sono un campione rappresentativo in termini numerici, ma in se stesso questo ventaglio di storie è molto istruttivo: la nostra immaginazione impigrita da stereotipi e discorsi riduttivi si confronta con l’enorme varietà e complessità di ciò che costituisce “migrazione”, ne mostra snodi imprevisti e a volte imprevedibili, la sua natura processuale, e la quantità di attori differenti che, a vario titolo, vi sono coinvolti.
In ogni caso, vi sono dimore abbandonate e altre trovate. A volte sembra che solo nello spazio in mezzo fra queste due dimore si possa essere in pace. Come dice la madre di una intervistata: “Guarda, c’è un unico posto dove non ti lamenti, qui sul traghetto, in mezzo!” (p. 145). Ma c’è un altro spazio che si forma, quello del racconto. A suo modo, il racconto è dimora. Specialmente se si racconta di sé, è un modo di ricomporre l’esperienza.
È una dimora scrivere innanzitutto. La creazione di uno spazio di raccoglimento, di elaborazione. Non sempre di pacificazione, ma di una certa conciliazione con la propria storia almeno. Anche pubblicare mette capo a un far dimora: si scrive nella lingua del paese ospite, ci si fa conoscere, ti invitano, costruisci relazioni. E fa dimora infine raccontarsi a voce, dialogare con la ricercatrice: che non si nasconde, mette in gioco le proprie domande e le proprie riflessioni, e con ciò offre uno spazio di ascolto, di elaborazione ulteriore condivisa.
L’ascolto conta. Queste donne hanno scritto in italiano perché italiane si sentono, del tutto o in parte. Come ci si può sentire italiani oggi. L’Italia fatica a riconoscere nel proprio discorso pubblico la presenza di persone come loro, per le quali “migrazione” non significa sbarchi, non ha niente neanche lontanamente a che fare con questioni di sicurezza (se non la loro), significa lacerazioni e speranze, memorie e aspirazioni, curiosità e sconcerto, situazioni obbligate e scelte, familiarità ed estraneità ad un tempo. L’Italia fatica a riconoscere un mondo sociale che è già, da tempo, abitato da persone come queste. E da noi con loro.
Colpisce nel leggere le storie che queste donne raccontano quanto siano colpite esse stesse. Da cosa? Dalla nostra ignoranza. Dei loro paesi d’origine innanzitutto. Anche di quelli europei. Come dice una di loro: “Quando sono arrivata qui mi sono resa conto che a quell’epoca gli italiani avevano perfino difficoltà a riconoscere come europei i paesi dell’est, cioè l’Europa era l’Europa occidentale! E tuttora non è molto cambiato” (p. 63).

unpostonelmondo

Il quarto appuntamento on line della rassegna “Non è solo il silenzio”, l’evento on line di Exosphere di Reggio Emilia, è dedicato alla saggistica con il libro di “Un posto nel mondo – Donne migranti e pratica di scrittura” di Simona Miceli  che dialogherà con Gabriella Gianfelici

L’appuntamento è per sabato 22 maggio, dalle ore 17.30 alle ore18.30 sulla piattaforma Meet di Google.

Accanto all’ospite d’onore, ci saranno Christiana de Caldas Brito, Pina Piccolo, Rahma Nur. Aprirà l’incontro Simonetta Sambiase di Exosphere e saluterà i partecipanti Roberta Pavarini.

Il link dell’incontro:

https://meet.google.com/vsm-zwoj-uci

Per informazioni, richieste, suggerimenti, scrivete a:

gabriellagianfelici@gmail.com

golemf@virgilio.it
casepopolari@gmail.com

In rete ci troverete su Fb e Twitter.

Vi attendiamo.

Congedi parentali. I nuovi scenari.

 

Nel decreto legge “Cura Italia” il focus sui congedi parentali crea per loro una nuova e più funzionale organizzazione. Che ci volesse una pandemia così cattiva e devastante per creare una visione più dinamica dei congedi parentali è un paradosso, che nessuno avrebbe mai voluto formulare, ma la realtà così modificata in peggio di questi giorni non lascia spazio a nulla. I segnali di miglioramento sono ancora lontani, quindi tutti i mezzi che possono sostenere le necessità delle cure familiari devono essere messi in campo senza esitazione. Passata l’emergenza, si potrà forse ridisegnare una nuova etica dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori di tutelare e conciliare il proprio tempo, senza più maschere e stereotipi. Andrà tutto bene, ma ci dovremo credere e lavorarci tutti insieme. 

 

 

 

 

2\2. SI RIAPRE E C’E’ DA FARE. Bandi, Concorsi e Forum per donne resilienti.

“E’ tempo che la pietra accetti di fiorire.
Che l’affanno abbia un cuore che batte.
E’ tempo che sia tempo.
E’ tempo”
P. Celan

La pausa è stata breve. Tanto breve che dentro c’è caduto un governo. Agosto è stato veloce. Settembre bussa alle porte e chiede di continuare a creare arte e cultura resiliente. Di progettare un mondo conciliante con le esigenze personali e quelle lavorative. E di non smettere mai di progettare futuro. E’ tempo che sia tempo di ricominciare a pacificare il tempo e di inquietare l’accidia, di tornare resiliente a inventare ossimori di vita etica felice. Nulla cambia nella direzione del Golemf. In attesa che qualcosa cambi. Nel mezzo, il fervore del fare, con la segnalazione di invitanti bandi declinati al femminile e, sottotraccia, un forum nazionale per parlare di donne e lavoro.

 

Telecamera in spalla: Concorso video

LIBERAZIONI CREATIVE
– DONNE LIBERE DA OGNI FORMA DI VIOLENZA –
promosso dal Servizio Officina Educativa – Partecipazione Giovanile e Benessere in collaborazione con Ufficio Pari Opportunità del Comune di Reggio Emilia, Associazione Nondasola, Associazione Cine Club Reggio, Reggio Film Festival e con il sostegno della Regione Emilia Romagna.

Il bando, aperto a giovani videomaker dai 18 ai 34 anni, promuove la creazione di video/spot di sensibilizzazione sul tema del contrasto alla violenza di genere e sui presupposti culturali che contribuiscono ad alimentarla.
I video selezionati saranno presentati l’8 novembre e premiati il 18 novembre, all’interno del Reggio Film Festival.

link ufficiale

https://portalegiovani.comune.re.it/?p=30722

Al lavoro, ragazze!

La Regione Emilia Romagna mette in campo un milione di euro per progetti a carattere biennale finalizzati a:

realizzare iniziative che si prefiggano di intervenire, in modo diretto o indiretto, in favore dell’accesso e qualificazione dell’attività lavorativa delle donne (dipendente, autonoma, imprenditoriale o professionale), perseguendo, in particolare, le finalità specifiche di favorire la riduzione del differenziale salariale di genere e la diffusione della cultura di impresa tra le donne e di rafforzare il ruolo delle donne nell’economia e nella società;
promuovere ed incrementare progetti di welfare aziendale e welfare di comunità che migliorino una organizzazione del lavoro e incidano favorevolmente sulla qualità della vita delle persone, in coerenza con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’AGENDA 2030.

link ufficiale

http://parita.regione.emilia-romagna.it/leggi-atti-bandi/bandi-regionali-2019/deliberazione-di-giunta-regionale-1242-del-22-07-2019

Bando per la presentazione di progetti volti a sostenere la presenza paritaria delle donne nella vita economica del territorio, favorendo l’accesso al lavoro, i percorsi di carriera e la promozione di progetti di welfare aziendale finalizzati al work-life balance e al miglioramento della qualità della vita delle persone.

FUORI NOTA

Segnaliamo  il Forum del settimanale Elle Weekly

DONNE & LAVORO  

ELLE ACTIVE!
IL FORUM DELLE DONNE ATTIVE
9-10 novembre
Università Milano Bicocca
iscrizioni gratuite su
Elle active.hearst.it

 

Per tutta la passione che vorrete condividere, la mail è sempre la stessa

golemf@virgilio.it

LE REGOLE DELLA BUONA MOGLIE – Prima che passi il Pillon, fate buon Ferragosto e buona resistenza.

Seconda parte della chiusura estiva del blog dedicata al ricordo del passato di certo patriarcato molesto.

Sentiti e visti  i bollori dell’estate e, soprattutto, avvertite con molestia certe nostalgie mai sopite di schiavismi fisici e intellettuali mascherate da nostalgie di “buon tempi passati”, il Golem femmina chiude la sua stagione ricordando che l’ispirazione prima del blog è passare passioni, seguita dal credo assoluto che la dignità non sia un istituto politico variabile ma il diritto umano assoluto. E che la reiterazione di certe pruderie autoritarie che circondano quest’estate spaventa, ma non zittisce le coscienze. Quelle femministe dovranno tenere alta l’attenzione a partire da settembre e dal decreto Pillon, se il governo non cadrà. A questa ipotesi di norma, già trattata negli scorsi post del blog, dedichiamo le foto trovate in rete dei decaloghi di accettazione sociale delle “buone mogli” degli anni appena trascorsi, come letteratura di “infelicità umana e sociale”.

Le regole della buona moglie, guida al matrimonio felice, il manuale della moglie , il golem femmina, il golem f, Simonetta Sambiase, met sambiase

 

 

Riapriremo il blog nella prima settimana di settembre. Passando la passione più grande, la poesia. Ma  promettiamo di ritornare anche a provare a (di)segnare  sul blog la passione sociale ed etica che popola ancora la maggior parte di questo Paese.

Buona poesia a tutti*, Buona (r)esistenza a tutt*, buon Ferragosto felice. 

 

 

LE REGOLE DEL BORDELLO – Immagini d’antan contro la dignità della donna perse nella rete.

Sentiti e visti  i bollori dell’estate e, soprattutto, avvertite con molestia certe nostalgie mai sopite di schiavismi fisici e intellettuali mascherate da nostalgie di “buon tempi passati”, il Golem femmina chiude la sua stagione ricordando che l’ispirazione prima del blog è passare passioni, seguita dal credo assoluto che la dignità non sia un istituto politico variabile ma il diritto umano assoluto. E che la reiterazione di certe pruderie autoritarie che circondano quest’estate spaventa, ma non zittisce le coscienze.  Spaventa anche l’accidia di chi non vuole ricordare il passato come luogo di coercizione femminile, o meglio di una parte di esso, quello che scontava la peggiore delle pene, la povertà economica e\o sociale. A cui veniva destinato il peggiore degli inferni maschili, la “casa del piacere”, “la casa dei dindini dorati” o altri delicati nomi per indicare il bordello.  Le regole erano semplici. Tutto concesso, ma “i servizi” dovevano pagare in anticipo. Non fosse mai che una delle “donne” crepasse durante uno stupro di gruppo (permesso e disponibile ma solo a richiesta) e i clienti volessero risparmiare sul “servizio”. Gli originali manifesti li troverete in vendita per qualche dollaro su e-bay, dove Madame Dora o Madame Josie possono essere acquistati con tutta tranquillità nel loro delirio di tempo andato. Noi qui, facciamo invece resistenza e memoria.

 

 

 

NON UNA DI MENO REGGIO EMILIA – Questioni di genere e prospettive di lotta.

 

SABATO 6 LUGLIO, a partire dalle H 17,  al CIRCOLO anarchico BERNERI, in via Don Minzoni 1/A, a Reggio Emilia, il comitato cittadino di Non Una Di meno, terrà  un’ ASSEMBLEA APERTA,  e chiunque vorrà, potrà partecipare ai temi cruciali del  movimento, che sono stati al centro delle iniziative e azioni di lotta nei quasi tre anni di vita del nostro movimento.

“Dalla presentazione di Non Una Di Meno – scrive il comitato cittadino –  e della sua breve ma già significativa storia, alle questioni del contrasto alla violenza di genere come fenomeno sistemico, pervasivo e strutturale, dello sciopero femminista globale con l’astensione rivoluzionaria dal lavoro di produzione e di riproduzione sociale, dell’intersezionalità, dell’antisessismo e antirazzismo, del transfemminismo. Dai tentativi di annullare le conquiste più significative dei movimenti femministi sul piano della legislazione e delle norme, stravolgendo le leggi in vigore e cercando di imporre trappole legislative e normative per favorire il ritorno alla famiglia e alla società patriarcale (DDL Pillon, mozioni e odg sull’interruzione volontaria di gravidanza e sull’obiezione di coscienza presentati in diversi Consigli comunali in tutta Italia, Emilia Romagna compresa…), al tema della transnazionalità del movimento e delle lotte condotte in tantissimi Paesi nel mondo con obiettivi e modalità comuni. Temi importanti e impegnativi, da approfondire e condividere con altre soggettività convergenti in vista della lunga e intensa stagione di lotta che ci attende dopo l’estate, quando saremo chiamate a dispiegare al massimo la nostra potenza trasformatrice”.

Il lavoro somministrato è donna?

Ebitemp è l’ente bilaterale per i lavoro somministrato, (quello che una volta si indicava come lavoro interinale), contratto apparso nel mercato del lavoro italiano con la cosiddetta “legge Biagi” del 2003. Gli enti bilaterali, ricordiamo,  sono “tavoli d’incontro” fra associazioni di datori di lavoro di un determinato settore produttivo (il commercio, il turismo, la vigilanza, etc) e sindacati maggiormente rappresentativi di quella tipologia di lavoro. Uno dei rapporti annuali dell’Ebitemp ha approfondito il “lavoro in affitto” in ottica di genere. Ecco il link dove potete leggere tutto contenuto:

https://ebitemp.it/wp-content/uploads/2019/03/La-Somministrazione-di-Lavoro-in-una-prospettiva-di-genere.pdf

Le fonti dei dati utilizzati per compilare il rapporto sono state tre: INAIL, ISTAT, FORMATEMP (questi ultimi utilizzati come variabile di controllo).

Il primo dato che salta agli occhi è quello dell’utilizzo massiccio del part time orario da parte delle lavoratrici.

Segna il rapporto:

Circa il 40% delle donne in somministrazione sono occupate a tempo parziale contro il 10% circa dei colleghi maschi. Si presume che il tempo parziale possa rappresentare un modo per conciliare professione e attività di cura; occorre, però, domandarsi se il part time costituisca una vera scelta o una scelta obbligata. In altre parole, occorre verificare in che misura il part time nasconda fenomeni di sotto occupazione.

E si torna a parlare della differenza retributiva, generata, secondo il rapporto 2019, anche stavolta dal tempo lavorativo parziale.

La retribuzione media delle lavoratrici in somministrazione è inferiore del 17% circa a quella degli uomini ma ciò sembrerebbe dipendere dalla alta percentuale di donne occupate a tempo parziale (circa il 34% contro il 13% dei colleghi maschi).

A parità di ore, il rapporto evidenza invece un’uguaglianza di stipendio.

Il confronto delle retribuzioni a parità di regime orario mostra un totale allineamento fra uomini e donne.

Questa lettura rifletterebbe la complessità degli istituti aggiuntivi delle buste paga delle lavoratrici a tempo indeterminato, che determinerebbero una forte ingiustizia economica, il gender pay gap, che invece a parità di contratto iniziale, non comparirebbero.

Terzo dato importante, il turn over.

Dai dati INAIL si desume che le donne svolgono missioni più brevi e che sono sottoposte a un maggior turn over rispetto ai colleghi maschi. Se gli uomini occupati in somministrazione usufruiscono di 47,5 giornate retribuite in media trimestrale nel 2017, le donne dispongono di 44 giornate con un differenziale del -7,4% a loro sfavore. Inoltre, se le donne svolgono 5,3 missioni in un anno, per gli uomini il dato si ferma a 4,2 missioni in un anno. Di conseguenza, la durata media delle missioni per le donne è di 8,3 giornate retribuite contro le 11,2 degli uomini. Il dato indica solo ordini di grandezza generali, in quanto, in questo caso, la dispersione intorno alla media è molto elevata.

Altro elemento che balza agli occhi, è la “femminilizzazione” delle professioni:

La “femminilizzazione” delle professioni

La distribuzione di uomini e donne in somministrazione per tipo di professione svolta vede una maggiore presenza relativa delle donne nelle professioni tecniche, in quelle esecutive di ufficio e nelle professioni qualificate del commercio e dei servizi. Nelle professioni intellettuali la quota di donne impiegata è esigua (1,7%) ma tripla rispetto a quella degli uomini.

Nelle professioni di elevata specializzazione, in quelle qualificate nel commercio e nei servizi e nelle professioni tecniche la quota di donne in somministrazione è pari o supera il 60%.

 

Molti  punti di  “anormalia” del lavoro italiano in ottica di genere, sono presenti ed evidenti in questo agile e completo rapporto. Rapporto che potrebbe essere letto e “de-strutturato” in un ulteriore impulso d’azione per tutte quelle azioni sindacali, politiche e non ultime,  culturali, che ognuna, nella propria piccola o grande specificità,  dovrebbe continuare a mettere in campo per correggere le anomalie, e scelgo un eufemismo scrupoloso per il giusto aggettivo che si dovrebbe usare. Come scrive Giuditta Pini sul Left Wing “ Stiamo parlando di circa la metà della popolazione italiana (quella femminile) che guadagna strutturalmente il 20% in meno di quanto sarebbe dovuto. Questo ha un impatto sui consumi, sulla famiglia, sui servizi e sulla struttura sociale.  Ecco perché ogni “ingiustizia” (niente eufemismi) sul lavoro di genere, riguarda un’intera nazione, che dovrebbe essere attenta alla proprio benessere sociale in toto, non per appartenenza sessuale.

Le donne vogliono di piu’. Gender pay 2019: Italia fanalino di coda dell’Europa.

Solo il due aprile di quest’anno le donne raggiungeranno la parità di stipendio del 2018 dei loro colleghi maschi. E’ il fenomeno del gender pay, che ci dice come le lavoratrici di tutto il mondo  ci impieghino  mesi in più per raggiungere la parità salariale di genere. Ed ogni anno il divario (l’ingiusto divario) viene misurato in tutto il mondo con indicatori stabiliti che dimostrano quanto ci si allontani, nazione per nazione,  dalla parità auspicata.
Anche l’Unione Europea misura il gender employment gap e stabilisce il suo giorno di gender gap europeo (qust’anno è stato il 27 febbraio) facendo la media statistica dei suoi Paesi membri. L’ultima tabella riassuntiva è stata pubblicata il sette marzo, e si riferisce alla forza lavoro dai 20 ai 64 anni. L’Italia è riuscita a peggiorare il suo divario. Siamo ad un passo dall’ultimo posto in tutta Europa per la parità retributiva fra i generi. Pochi punti ancora e tocchiamo il fondo, che in questa classifica tocca a Malta.

Ecco la tabella:

(fonte in rete:

https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/EDN-20190307-1 

 

 

Dieci anni di crisi hanno notevolmente inciso sulla qualità del lavoro femminile, frantumandolo nei rivoli del part time involontario e del part time imposto per carichi di cura, laddove  un’ organizzazione del lavoro inflessibile si dimostri inconciliabile con i tempi di vita delle famiglie, senza poi dimenticare di segnare l’uso e abuso dei contratti di lavoro a tempo determinato.

Ecco la fotografia degli ultimi due anni del mercato del lavoro italiano censiti dal” XX rapporto del lavoro e della contrattazione collettiva” del Cnel del febbraio scorso:

“Nel complesso, rispetto ai livelli pre-crisi, mancano ancora un milione e100mila occupati se si riportano le ore lavorate a unità di lavoro equivalenti full time.
La quantità di posizioni a tempo parziale createsi in una fase di debolezza del mercato del lavoro rivela come la riduzione degli orari per occupato abbia rappresentato una delle modalità con cui il sistema produttivo si è riorganizzato come risposta alla crisi.
L’aumento del part time è legato anche alla forte riduzione che si è verificata in questi anni nel numero di persone inattive; l’aumento dell’offerta di lavoro (soprattutto femminile) si è tradotto sia in un aumento della disoccupazione che in un aumento del lavoro di carattere “marginale”.
Su questo punto si innesta il tema della qualità del lavoro. La dimensione quantitativa della domanda di lavoro si accosta a cambiamenti di rilievo nella composizione in termini di stabilità dei posti di lavoro, livelli salariali, prospettive di carriera e più in generale tutti quegli elementi che concorrono a determinare il grado di soddisfazione del lavoratore e che non possono essere colti semplicemente attraverso il passaggio dallo stato di disoccupato o inattivo a quello di occupato. Da questo punto di vista, l’aspetto più significativo della fase recente è rappresentato dal fatto che la crescita degli occupati si è rivelata particolarmente intensa per la componente dei contratti a tempo determinato”.

Lavoro a tempo determinato per inoccupate giovani e non giovani, part time involontario per chi rientra dalla maternità o per strutturazioni aziendali forzate o per carichi di cura senza il sollievo di un walfare sociale o aziendale, si trasformano in povertà economica che viene addirittura a raddoppiare nel momento della pensione, quando la scarsità di contributi riduce la fonte di sostentamento al di sotto della dignità economica. A questi dati si aggiunge anche il divario del gender pension pay (si definisce internazionalmente così il divario pensionistico fra uomo e donna) che tocca in Italia il 32 % in meno. Qualificare e riqualificare la dignità del salario femminile è un’esigenza improrogabile alla luce di questi dati, eppure, apparentemente, questo problema  non è prioritario nelle agende di progettazione economica e politica. Si allontana continuamente l’attenzione verso dei provvedimenti che possano invertire la rotta (a picco sulla povertà), come se il destino economico delle donne non fosse il destino economico di metà del Paese. Come se mettere in campo dei provvedimenti di giustizia economica per le lavoratrici non fosse un dovere democratico. Lavoratrici che incidono sia sul Prodotto Interno Lordo sia sul “Prodotto Sociale Lordo”, un indicatore immaginario in cui si presta lavoro continuativo senza scopo di lucro ma con finalità di sussitenza e di continuità di specie, perchè, a conti fatti,  se le donne fermassero il loro lavoro di cura, la stessa società come la finora l’abbiamo intesa, finirebbe.

Un primo esempio presto fatto e messo in evidenza: l’attacco continuo alla maternità. Nonostante la legge sulla maternità sia una delle piu’ protettive d’Europa, il ritorno in azienda dopo l’astensione facoltativa è un percorso ad ostacoli. Un altro esempio rigurda alcuni criteri per definire i premi di produzione: è inconcepibile dovere ascoltare ancora oggi proposte di premi di produzione legati alla presenza dei lavoratori in azienda e non agli obiettivi di produttività da raggiungere. Se tutte le lavoratrici rinunciassero alla maternità per sottomettersi a degli standar di obiettivi legati solo alla presenza, il Paese si spopolerebbe ancor di piu’ di quanto si sta desertificando di figli in questi decenni. Inoltre, legare ancora la presenza e non la produttività o l’obiettivo nel premi aziendali o nelle progressioni di lavoro, sarebbe un modo per penalizzare quelle lavoratrice costrette a ricorrere allo strumento dei permessi della legge 104/92, già in forte pena per le loro  difficili condizioni di conciliazione vita, affetti bisognosi di cura, lavoro.

La penultima posizione dell’Italia nella tabella europea del gender pay è lî a ricordarci che nulla è stato fatto per risalire la cima anche quest’anno. Eppure, il primo articolo della Costituzione recita chiaramente che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro, non sulle ingiustizie sociali.

 

riferimenti in rete

https://www.pay-equity.org/day.html

https://www.cnel.it/Documenti/Rapporti

 

Come Vedi Ti Penso – il lavoro di Caterina Gerardi alla Biennale Donna di Trieste.

Fino al 26 maggio, alla Biennale Internazionale Donna di Trieste, viene proposto il lavoro di Caterina Gerardi “COME VEDI TI PENSO”, un itinerario di parole e immagini ispiratato ed elaborato sulle statue femminili del Cimitero Monumentale di Milano. Quaranta foto e un cortometraggio della fotografa pugliese in dialogo con trenta voci di donne, protagoniste autorevoli del presente, “libere di inventare e di seguire la propria ispirazione nell’incontro casuale con un simulacro con un’idea di morte”

La mostra è accompagnata dal volume omonimo, edito da Milella, che incorpora, insieme a 30 foto analogiche in bianco e nero scattate da Caterina Gerardi, dei testi brevi di 30 autrici che accompagnano le immagini. Fra le firme, Barbara Alberti (di cui riportiamo il racconto per gentile concessione di Caterina Gerardi), Renate Siebert, Fiorella Cagnoni, Cristina Morini, Françoise Collin, Lidia Ravera, Ilderosa Laudisa, Margherita Hack, Maria Cristina Crespo, Rosella Simone e Joumana Haddad,  per citarne alcune.

Come scrive Chiara Zamboni nell’introduzione, “… questo libro vive del controcanto tra le immagini e i testi che le accompagnano, pagine di riflessione soggettiva sull’immagine assegnata, scritte da pensatrici che hanno attraversato il femminismo”.
Una sorta di Spoon River al femminile, un affascinante racconto per parole e immagini ispirato dal desiderio di dar voce – intensa, autentica, viva – a quelle figure di donne di pietra del primo Novecento, attraverso la meditazione di donne di oggi sulla vita e la morte, alla ricerca di una più intima verità narrata sotto forma della novella, del sogno, della riflessione, della poesia, del mistero.
“C’è poco pensiero della morte oggi. – scrive Chiara Zamboni – Certo ildibattito politico e culturale si è concentrato a lungo in questo ultimo decennio sull’eutanasia, sul testamento biologico, sulla “buona morte”, ma si è trattato di definire i diritti dei singoli nei confronti delle norme dello stato, di una discussione pubblica sul limite tra vivente e non vivente, sul diritto dovere di tenere in vita o meno una persona. Non si è ragionato sul senso individuale del morire, né sull’immaginazione che ne possiamo avere e che si sta modificando. Mancano narrazioni soggettive del significato per sé della morte. “In questo senso – ci indica la lettura critica di Marinilde Giannandrea – il libro va nella direzione di aprire uno spiraglio sull’immaginazione femminile della morte”.
Nel “… Monumentale di Milano … avviene, come spesso accade nell’opera di Caterina – continua Marinilde Giannandrea – un incontro fortuito con un affollato universo di pietra. Cammina lungo i viali e fotografa in un rigoroso e luminoso bianco e nero le statue di donne (tante, il libro presenta solo una piccola selezione) ricavandone l’idea di stereotipi femminili condannati ad abitare lo spazio della morte. Stereotipi consolidati dell’arte funeraria che si declinano spesso in visioni dolenti o melodrammatiche e che oppongono all’immagine eroica e intellettuale dell’uomo quella malinconica e piangente della donna. Donne scolpite da uomini per le quali anche la natura fisica dei corpi risponde a precisi canoni culturali ed estetici, relegate a ruoli di madri vestali, portatrici di una pietas che le connette indissolubilmente allo spazio del compianto e della cura. Collocabili cronologicamente tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento (il Monumentale fu realizzato nel 1866 da Carlo Maciachini), queste figure rappresentano un universo borghese nel quale si dipana una semiotica del gesto che attinge al microcosmo familiare e domestico”.
“Tuttavia il lavoro di Caterina – secondo Giannandrea – non ci pone solo problemi connessi all’immagine sociale della donna ma si addentra nel territorio dell’arte al femminile e delle sue molteplici e complesse declinazioni contemporanee. Dagli impulsi politici delle suffragette, alle discipline che oggi costituiscono il nucleo degli Studi di Genere, passando attraverso le diverse forme di femminismo e le conquiste sociali del Novecento, si è costruita in questo primo decennio del XXI secolo una diversa visione del mondo, una nuova posizione simbolica delle donne e le artiste sono passate progressivamente dalla periferia al centro, dalla militanza al riconoscimento. Il loro percorso di affermazione appare per analogia simile a quello dell’arte contemporanea e così come avviene per i linguaggi del presente, l’affermazione ha seguito un movimento caotico, difficile da circoscrivere, impossibile da descrivere. Se oggi la presenza femminile nell’arte è ormai consolidata, la questione che si pone è quella dell’incontro tra le opere di genere e il pubblico e il problema diventa quello connesso alla loro capacità di incidere nelle reazioni chi osserva. È in questo spazio di relazione che si colloca Come vedi ti penso e l’immagine diventa il medium di una comunicazione a volte metaforica, a volte diretta che si stabilisce tra le singole figure e le autrici dei testi. «Noi non siamo circondati dalla realtà ma dall’effetto che il reale produce attraverso la simulazione e i segni» — ci ricorda Rosalind Krauss —e in questo caso accade che la fotografia faccia risuonare il silenzioso universo di pietra nelle emozioni, nelle riflessioni e nelle memorie di chi lo guarda moltiplicandone esponenzialmente i significati in modo che ogni figura, in equilibrio tra silenzio e parola, diventi il segno di un’architettura intima e segreta”.

Riferimenti e contatti

http://www.caterinagerardi.eu

da Come vedi ti penso
Gigli
di Barbara Alberti

 

Gigli, gigli, gigli…. perché? io amavo le dalie che tentano alla vita
strano quel fiore freddo che sporca le mani di giallo simbolo della purezza
e che purezza si chiami che io non conobbi la gioia se non all’inizio,
l’estate che venne in campagna Guido, il cugino, figlio dello zio povero, con una barba appena spuntata che già pungeva quando per penitenza gli davo un bacio davanti a tutti, non piovve mai quell’anno e giocammo, giocammo…
L’ultimo giorno nel viavai dei bagagli ci promettemmo l’un l’altro, per sempre.

Al ritorno mio padre disse che non stava bene continuare a vederlo, “ la sua famiglia non è all’altezza”. Mi scelse un fidanzato.
Era un vecchio come lui, finto paterno, lascivo, un manigoldo arricchito di modi leziosi un Casanova ritinto, ma fosse stato anche Apollo in persona io ero di un altro.
Uscìi di nascosto, accecata dal nevischio, corsi da Guido scavalcando lo sguardo della portinaia, beffardo, salii i sette piani fino alla stanza da studente – un tavolo un letto e tanto freddo che dalle bocche uscivano nuvole.
“Prendimi” gli dissi, “ così ci faranno sposare” e lui “No, sono più forti di noi, ci separeranno lo stesso”. Io lo pregai prima con le lacrime poi in ginocchio ma lui temeva mio padre temeva la sua povertà, lui temeva.
“Non posso, io ti rispetto”, è questo il rispetto, consegnarmi?

Tornai a piedi sotto la neve, lentamente, lasciando scivolare il cappuccio per prenderla tutta- speravo nella febbre.
Ebbi molto di più, una polmonite mi portò via. Morìi per non sposarmi. Morìi delusa, mai amata, fra un libertino e un vigliacco e mio padre ai piedi della croce, il centurione con la lancia.
Quando ero già sotto terra e i due vecchi trafficavano per la tomba con idee grandiose tirando sul prezzo, arrivò lo scultore dei morti, un uomo timido, che non mi aveva mai conosciuta. Mio padre chiedeva gigli, tanti gigli. L’artista obbedì al committente ma li fece come una foresta che assedia, e la veste si impiglia quasi artigliata dai gigli, mio padre.
Scolpì sotto il tessuto un corpo più che nudo, fianchi, seni, ginocchio, mi ritrasse come in un’offerta d’amore. L’amore che ci fu tra noi, io morta lui vivo per disegnarmi quel volto dove c’è tutta la mia inimicizia, la scontentezza e il disprezzo, e il rancore, e la ciocca che sfugge, minimo eterno segno che non mi avevano vinta. Nulla dimenticò del mio desiderio. Qualcuno mi amò, finalmente.
Il giglio ve lo ridò, non mi serve. Prendilo, padre, non vale più come simbolo: ora sono di un uomo, sono sposa; mi si addice la rosa.

Note biografiche- B.A. è nata in Umbria, fra angeli e diavoli. E’ grata alla pessima educazione cattolica cui deve la sua ispirazione. Il primo libro è “Memorie malvage” (Marsilio 1976), l’ultimo “Non mi vendere, mamma” (Nottetempo, 2016)