Resoconti di futuro. Memorabilia nel sesto giorno dell’anno.

Terzo giorno del nuovo anno.

Una cesta dal diametro vasto piena di litchi, frutto a me sconosciuto, circondava l’elegante area d’ingresso del supermercato. Cercavo delle arance rosse da buon succo. Non le trovavo. Non c’erano.

Son passata oltre la rotonda dell’ospedale e ho gettato lo sguardo sul nuovo cemento prefabbricato preimpiantato a basso impatto emozionale, che ha quasi finito di completare il soffocamento della vecchia area degli ippocastani. Qualche anno fa, per quell’area, due classi della scuola primaria del quartiere avevano composto letterine e disegni a difesa di quel verde e di quello spazio dall’ennesimo centro commerciale di media grandezza a pochi passi da altri due centri commerciali di media grandezza della città (di media grandezza e di un’economia mezza grandiosa che ben presto finiva per impaludarsi nella pestilenza del Covid). Il destinatario delle speranze a forma di disegni di alberi e altalene, era stato il campo dei miracoli comunale . Che in nome della crescita e della produttività aveva seppellito le monete d’oro delle speranze dei bambini e delle bambine spiegando loro e alla collettività, tramite il locale gazzettino ufficiale, il perché e il percòme fosse prioritario radere a zero la chioma degli alberi e sostituirla con quella rigida dei pilastri di calcestruzzo, fari di civiltà commerciali (pre-pandemiche). Un vero scialo di futuro. Perché ho ricordato l’accaduto? Forse per il malumore di non aver trovato le arance rosse da spremere, in pieno gennaio. I litchi non li ho certo presi anche perché per conoscere cosa fossero avrei dovuto consultare lo stregone saccente di Internet, Wikipedia (e “chi se ne frega” dove lo mettete, etc, etc) che le arance non me avrebbe fatte trovare lo stesso.

Sesto giorno del nuovo anno, Epifania di Nostro Signore.

Ho trovato una citazione di Hannah Arendt in un libro sulla decrescita e il sacro. Arendt e la Weil sono letture che danno coraggio. Quando trovo una loro citazione inaspettata, in un contesto inusuale per le mie aspettative di letture, sono felice quasi quanto il trovare in strada una vecchia amica che non vedo da tempo e di cui ho davvero bisogno. Approfondisco la conoscenza teorica di quello che sto leggendo. L’autore, cattedratico francese saccheggiato in tutt’Europa, lanciò negli anni scorsi una sorta di manifesto morale e in uno degli inviti spiegava che: (immagino noi occidentali)“ Abbiamo bisogno di rinunciare a questa folle corsa verso un consumo sempre maggiore. Questo non è necessario soltanto per evitare la distruzione definitiva dell’ambiente terrestre, ma anche e soprattutto per uscire dalla miseria psichica e morale degli esseri umani contemporanei.” E poi la citazione della Arendt e la sua luminosa contestazione ai totalitarismi e fermo la lettura. Un’immagine metafisica di letterine e disegni con pastelloni e pennarelli coi tappi mangiucchiati si incolla agli occhi. A quei bambini che avevano scritto agli alberi e al sindaco, una certa parte di ambiente terrestre l’abbiamo rubato. Mi sento in colpa nonostante non abbia fatto male ad una sola foglia in vita mia. Gli alberi non ci sono più. Dovrei impormi, ci si si potrebbe imporre, di ricordare, per trasformare il buono che rimane in meglio (sono testarda: litchi in arance a impatto zero, ad esempio). Rileggere “La banalità del male” e declinarlo alle responsabilità mai confessate delle accidie e dei menefreghismi quotidiani. Rileggere “La persona e il sacro” e riflettere sulla devastazione fisica e psichica della violenza nelle nostre vite. Leggere i disegni dei bambini. Le immagini parlano sempre. “Reincantare il mondo” con la poesia, i poeti, le poetesse. Prendere tempo. In assonanza di doni epifanici, regalarsi tempo nuovo. Anche come atto apotropaico.

Buon Anno Nuovo.