poesia

BORIS E MARINA. “L’amore di carta” fra Pasternak e Cvetaeva. Da un racconto di Barbara Alberti

Boris Pasternak e Marina Cvetaeva. Il celebre poeta e narratore moscovita si innamora follemente della spigolosa ed immensa poetessa, sua concittadina, quando ne legge i versi. Intorno a loro, gli anni a cavallo fra le due guerre mondiali dello scorso secolo, che travolsero e modificarono per sempre la storia della Russia. La giornalista Barbara Alberti, nelle pagine glamour di un settimanale femminile, sceglie per una delle sue “storie intramontabili di amore e di letto” la vicenda dei due maggiori poeti russi dello scorso secolo come materiale per un  racconto d’amore, uno sfondo in rosa nella tragicità  della loro vita, costellata di povertà e isolamento dalla comunità letteraria. Nonostante la grandezza della loro ispirazione narrativa e poetica, Boris non riuscì mai a ricevere il premio del Nobel per il suo unico grande romanzo, “il dottor Zivago” e morì in povertà, mentre Marina, dopo aver perso marito e figlio uccisi dalla polizia segreta e visto la figlia costretta al confino, si suicidò e il suo corpo fu sepolto in una fossa comune. Alberti descrive la poetessa come “la regina delle cause perse. Essere sola contro tutti era la sua passione – chiosa nell’articolo -. Prima della rivoluzione del 1917 (Marina) disprezzava lo zar ma quando fu imprigionato lo esaltò in un poema che lesse in una riunione di poeti bolscevichi, vestita da soldato dell’esercito controrivoluzionario. Sapeva bene che ciò avrebbe fatto di lei un’emarginata, era la sua gloria. Patì gli oltraggi e la fame, finché espatriò. A Parigi era sospettata perino agli altri immigré. Anche Boris Pasternak la disprezzava, senza conoscere i suoi versi. Ma un giorno li lesse. E se ne innamorò alla follia. Cominciò con lei una corrispondenza appassionata. Lui voleva lasciare Russia e famiglia per raggiungerla, ma lei si spaventò. Non voleva lasciare il marito, tradito dal primo giorno, ma vittima indispensabile, e fermò Boris con mille ragioni, meno quella vera: che era un amore di carte e tale doveva restare. Lui, frenato nel gesto alla Anna Karenina, si sfogava proclamando con tutti che nessuno era all’altezza della sua poesia. Intanto Marina è povera, invisa ai bianchi, ai rossi, ai francesi e ai suoi stessi amici. Boris insiste, insiste, e riesce a incontrarla finalmente. Ma sono due estranei. Non hanno niente da dirsi, se non per lettera. Lei lo definì un non-incontro. Nel 1941, Marina tornò in Russia. Marito e figlio furono uccisi dai servizi. Lei implorò un lavoro da lavapiatti, le fu negato. Pasternak rifiutò di aiutarla, per non dare un dispiacere a sua moglie. Marina si impiccò. Aveva 49 anni. La sua poesia resta ineguagliata, come il suo orgoglio”.

 

Tre poesie di Marina Cvetaeva

tradotte da Paolo Statuti
per Exosphere Plaquettes

*

Con gli occhi rivolti a terra

Vai, a me somigliante.

Anch’io li ho abbassati!

Fermati, o viandante!

 

Leggi – un mazzetto di viole

E papaveri spiccato –

Che mi chiamavo Marina

E quanti anni m’han donato.

 

Non pensare – qui c’è una tomba,

E ch’io possa apparirti, adesso…

Io stessa troppo amavo

Ridere se non è permesso!

 

E il sangue scorreva in me,

I miei ricci eran ghirlande…

Viandante, anch’io ero!

Oh, fermati un istante!

 

Cogli un selvatico rametto

Di rosse bacche per te, –

Della fragola di cimitero

Una più dolce non c’è.

 

 

Non tenere la testa china,

Lascia il tuo cupo pensiero.

A cuor leggero pensami,

Dimenticami a cuor leggero.

 

Sei tutto inondato di luce!

Sei in una polvere d’oro…

– Oh, che non turbi il tuo cuore

La mia voce dal sottosuolo.

 

Koktebel’, 3 maggio 1913

 

 

*  *  *

Più capiente d’un organo e più sonoro d’un tamburo

Di’ – una volta per sempre:

“Oh” – quando va a stento, “ah” – quando va a meraviglia,

“Eh” – quando non si riesce!

Ah dall’empireo e oh dal campo arato

E ammetti, o poeta,

Che oltre a questi ah, oh,

Nella musa altro non trovi.

La più satura rima

Dell’intimo, il tono più basso.

Così – davanti a Sulamite che arrossiva

Ah! Esclamò Salomone.

Ah – il cuore che si spezza,

La sillaba nella quale si muore.

Ah – il sipario d’un tratto calato,

Oh – un collare da tiro.

Cercatore di parole, drudo verbale,

Scoperto rubinetto di parole!

Eh, sentissi una volta almeno –

Che ah di notte da un bivacco polovesiano!

E s’è piegato, è balzato come belva,

Nei muschi, in una pelliccia sonora…

Ah – è un intero campo gitano!

E con la luna in alto!

Ecco un puledro che mostra i denti a modo suo,

Nitrisce, pregustando la corsa.

Ecco, s’imbatte in un teschio di cavallo,

E ordina Olèg un canto

A Puškin! E – ardendo nel volo – 

Nelle eroiche tenebre –

Inarrestabili esclamazioni della carne:

Oh! Eh! Ah!

23 dicembre 1924

*  *  *

Tu ed io da nessuna parte siamo andati –

Son divenuti penuria tutti i mari!

Chi possiede un pugnetto di denari –

Un oceano non potrà mai comprare!

 

L’eterno cibo asciutto della povertà!

L’estate, come crosta, stringere si dovrà!

Il mare in secca s’è mutato:

La nostra estate – altri hanno ingoiato!

 

Per chi scoppia di grasso: il grasso è “l’orpello”,

E non solo il burro mangia, ma anche il cervello

Nostro – nei poemi, sonate, nei cieli grigi:

Cannibali nelle mode di Parigi!

 

Voi che ci gustate: un franco per l’ingresso.

Oh, mostro, come con acqua da toilette adesso

La bocca sciacqui – con un canto eterno!

Siate maledetti – per tutto il mio disonore:

 

Stringervi la mano, quando il pugno prude, –

Con le cinque dita e i cinque sensi pure –

A ricordo del buon sentimento –

Sulla vostra faccia un autografo metto!

 

Parigi 1932 – 1935

Indizi

Come se avessi portato un macigno –

Dolore in tutto il corpo!

Io l’amore lo riconosco dal dolore

Per tutto il corpo.

 

Come se in me un campo avessero sezionato

Per qualunque temporale.

Io l’amore lo riconosco dalla lontananza

Di tutti e di tutto qui vicino.

 

Come se una tana in me avessero scavato

Fino al fondo, dov’è la pece.

Io l’amore lo riconosco dalla vena

Che geme per tutto il corpo.

 

Da una corrente d’aria come da una criniera

Sono stata avvolta, o barbaro unno:

Io l’amore lo riconosco dalla rottura

Delle corde più fedeli 

 

Della gola, – dei meandri della gola

Dopo una risata, un vivido sol.

Io l’amore lo riconosco dalla glottide,

No! – dal trillo

Per tutto il corpo!

 

riferimenti biografici in rete

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/marina-cvetaeva/

http://www.barbaraalberti.it

https://musashop.wordpress.com 

https://exospherepoesiarteventi.com/plaquettes/