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Il lavoro somministrato è donna?

Ebitemp è l’ente bilaterale per i lavoro somministrato, (quello che una volta si indicava come lavoro interinale), contratto apparso nel mercato del lavoro italiano con la cosiddetta “legge Biagi” del 2003. Gli enti bilaterali, ricordiamo,  sono “tavoli d’incontro” fra associazioni di datori di lavoro di un determinato settore produttivo (il commercio, il turismo, la vigilanza, etc) e sindacati maggiormente rappresentativi di quella tipologia di lavoro. Uno dei rapporti annuali dell’Ebitemp ha approfondito il “lavoro in affitto” in ottica di genere. Ecco il link dove potete leggere tutto contenuto:

https://ebitemp.it/wp-content/uploads/2019/03/La-Somministrazione-di-Lavoro-in-una-prospettiva-di-genere.pdf

Le fonti dei dati utilizzati per compilare il rapporto sono state tre: INAIL, ISTAT, FORMATEMP (questi ultimi utilizzati come variabile di controllo).

Il primo dato che salta agli occhi è quello dell’utilizzo massiccio del part time orario da parte delle lavoratrici.

Segna il rapporto:

Circa il 40% delle donne in somministrazione sono occupate a tempo parziale contro il 10% circa dei colleghi maschi. Si presume che il tempo parziale possa rappresentare un modo per conciliare professione e attività di cura; occorre, però, domandarsi se il part time costituisca una vera scelta o una scelta obbligata. In altre parole, occorre verificare in che misura il part time nasconda fenomeni di sotto occupazione.

E si torna a parlare della differenza retributiva, generata, secondo il rapporto 2019, anche stavolta dal tempo lavorativo parziale.

La retribuzione media delle lavoratrici in somministrazione è inferiore del 17% circa a quella degli uomini ma ciò sembrerebbe dipendere dalla alta percentuale di donne occupate a tempo parziale (circa il 34% contro il 13% dei colleghi maschi).

A parità di ore, il rapporto evidenza invece un’uguaglianza di stipendio.

Il confronto delle retribuzioni a parità di regime orario mostra un totale allineamento fra uomini e donne.

Questa lettura rifletterebbe la complessità degli istituti aggiuntivi delle buste paga delle lavoratrici a tempo indeterminato, che determinerebbero una forte ingiustizia economica, il gender pay gap, che invece a parità di contratto iniziale, non comparirebbero.

Terzo dato importante, il turn over.

Dai dati INAIL si desume che le donne svolgono missioni più brevi e che sono sottoposte a un maggior turn over rispetto ai colleghi maschi. Se gli uomini occupati in somministrazione usufruiscono di 47,5 giornate retribuite in media trimestrale nel 2017, le donne dispongono di 44 giornate con un differenziale del -7,4% a loro sfavore. Inoltre, se le donne svolgono 5,3 missioni in un anno, per gli uomini il dato si ferma a 4,2 missioni in un anno. Di conseguenza, la durata media delle missioni per le donne è di 8,3 giornate retribuite contro le 11,2 degli uomini. Il dato indica solo ordini di grandezza generali, in quanto, in questo caso, la dispersione intorno alla media è molto elevata.

Altro elemento che balza agli occhi, è la “femminilizzazione” delle professioni:

La “femminilizzazione” delle professioni

La distribuzione di uomini e donne in somministrazione per tipo di professione svolta vede una maggiore presenza relativa delle donne nelle professioni tecniche, in quelle esecutive di ufficio e nelle professioni qualificate del commercio e dei servizi. Nelle professioni intellettuali la quota di donne impiegata è esigua (1,7%) ma tripla rispetto a quella degli uomini.

Nelle professioni di elevata specializzazione, in quelle qualificate nel commercio e nei servizi e nelle professioni tecniche la quota di donne in somministrazione è pari o supera il 60%.

 

Molti  punti di  “anormalia” del lavoro italiano in ottica di genere, sono presenti ed evidenti in questo agile e completo rapporto. Rapporto che potrebbe essere letto e “de-strutturato” in un ulteriore impulso d’azione per tutte quelle azioni sindacali, politiche e non ultime,  culturali, che ognuna, nella propria piccola o grande specificità,  dovrebbe continuare a mettere in campo per correggere le anomalie, e scelgo un eufemismo scrupoloso per il giusto aggettivo che si dovrebbe usare. Come scrive Giuditta Pini sul Left Wing “ Stiamo parlando di circa la metà della popolazione italiana (quella femminile) che guadagna strutturalmente il 20% in meno di quanto sarebbe dovuto. Questo ha un impatto sui consumi, sulla famiglia, sui servizi e sulla struttura sociale.  Ecco perché ogni “ingiustizia” (niente eufemismi) sul lavoro di genere, riguarda un’intera nazione, che dovrebbe essere attenta alla proprio benessere sociale in toto, non per appartenenza sessuale.